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Pd, che pasticcio…

21 dicembre 2009

I democratici hanno sbagliato tutto a proposito di Vendola. Soprattutto per l’incapacità di trovare un candidato alternativo.

Per sapere se e quanto influirà sul risultato elettorale della prossima primavera la decisione, che pare stia maturando, dell’Udc di andare con il Pdl nella sfida regionale pugliese occorrerà ovviamente aspettare lo scrutinio.
Ma uno sconfitto già c’è, in questa movimentata vigilia elettorale, c’è, ed il Partito Democratico, che si è rivelato del tutto incapace di governare la delicata prospettiva del dopo Vendola.
Sbaglia chi riduce il problema della sempre più difficile intesa tra centrosinistra e centro, alla querelle tra l’annunciata volontà di ricandidarsi del governatore Vendola e la pretesa di discontinuità messa in campo dai centristi. Il vero problema è rappresentato dalla lampante inadeguatezza dei vertici regionali del Pd a gestire una trattativa che non è mai seriamente cominciata.
Questa incapacità è conclamata dal fatto che a tutt’oggi, a più di un mese dall’autocandidatura bis di Vendola, il Pd non è stato capace di darsi una strategia unitaria: non ha avuto il coraggio di manifestare apertamente la propria opzione per un’intesa con l’Unione di Centro; non ha avuto il coraggio di dire a Vendola un sì o un no chiari e definitivi.
Fin qui si tratterebbe di un’inadeguatezza, per così dire, tattica. ma il problema più grosso e più profondo, la vera chiave di lettura per comprendere perché, obtorto collo, i democratici pugliesi dovranno sostenere nuovamente Vendola, è che il Pd (ma la responsabilità va comunque estesa all’intera coalizione) non è riuscita a trovare un candidato credibile da contrapporre al candidato uscente. Qualcuno ci aveva provato con il sindaco di Bari, Michele Emiliano, ma in modo così approssimativo e pasticciato, che l’interessato non ha potuto che declinare l’offerta.
Va detto che la candidatura alternativa non è stata individuata anche per una serie di ragioni oggettive. Chi voleva applicare alla trattativa regionale il “modello Foggia”, che ha consentito alle ultime elezioni comunali, al centrosinistra di ottenere un’insperata vittoria, ha dovuto fare i conti con le oggettive e pesanti differenze dei due contesti. A Foggia si presentava alle urne un centrosinistra che aveva governato tutt’altro che bene, ed era gioco forza l’individuazione di un candidato che rendesse palpabile la “discontinuità” rispetto alla precedente esperienza: questo candidato è stato individuato con sufficiente anticipo in Gianni Mongelli, che è riuscito a recuperare, settimana dopo settimana, il gap che lo separava dal suo avversario. Nè va dimenticato che l’intesa, risultata alla fine decisiva, con l’Udc è stata raggiunta dopo il primo turno, e non alla vigilia delle elezioni, e più per colpa del Pdl, che ha respinto le condizioni poste dai centristi, che non per merito del centrosinistra.
In ogni caso, precondizione essenziale per il successo è stata proprio l’individuazione (preventiva) di un candidato che offrisse la garanzie di discontinuità. A Bari le cose stanno in tutt’altro modo: con la sola eccezione dell’Italia dei Valori, il centrosinistra è convinto che Vendola abbia operato bene: la discontinuità ha dunque soltanto una motivazione tattica. E, soprattutto, non è stato individuato da contrapporre al governatore uscente, a meno di non voler credere alla barzelletta di primarie che vedrebbero Vendola sfidato dal segretario regionale del Pd, Sergio Blasi, in una competizione in cui nessun allibratore sano di mente accetterebbe scommesse, tanto il risultato è scontato.
E, in ogni caso, il Pd, arrovellato ed avvitato sui propri problemi interni, ha perduto del tempo prezioso. Il ricorso alle primarie, ma a tempo debito, l’individuazione di un serio candidato alternativo a Vendola, avrebbero forse potuto creare le condizioni per un’intesa con i centristi. A patto che l’autorevole candidato che non c’è fosse riuscito a sconfiggere il governatore, che invece c’è. Eccome

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