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Sequestrate 44 tonnellate di funghi cinesi marci: basta con gli industriali furbi, difendere l’agricoltura di qualità

13 gennaio 2010

L’incredibile vicenda di Cerignola. Ecco perché è necessaria l’authority alimentare.

Il sequestro da parte dei Carabinieri del Nucleo Antifsofisticazione di Bari di 44 tonnellate di funghi guasti, di provenienza cinese, e che stavano per essere immessi sul mercato alimentare da un’azienda di Cerignola, non è cosa da prendere sottogamba, e neanche da confinare esclusivamente tra i fatti di cronaca, di quelli che non si vorrebbe mai leggere.
Sitratta di un affare colossale, che getta inquietanti interrogativi sulla serietà di alcuni imprenditori, e rilancia in modo perentorio tanto il tema dell’agenzia nazionale per la sicurezza alimentare, tanto quello della “tracciatura” dei prodotti.
Quarantaquattro tonnellate di prodotti avariati rappresentano una quantità mostruosa, per dare un’idea della quale bastano alcune cifre: i militari li hanno rinvenuti in 2 container nei quali era stata effettuata un’accurata divisione in ben 700 fusti. Peccato si trovassero pieni di muffe ed in evidente stato di putrefazione.
Secondo gli investigatori, i funghi erano pronti per essere confezionati e venduti all’ingrosso e al dettaglio; ma anche ai ristoranti in vasetti sott’olio.
Il titolare dell’azienda è stato denunciato con le accuse d’importazione di generi alimentari in cattivo stato di conservazione. Si sospetta che a provocare la muffa e la putrefazione sia stata una cattiva conservazione dei prodotti, o un’errata sterilizzazione dei contenitori. Ma c’è anche da aggiungere che I funghi avariati non presentavano nessuna tracciabilità, ovvero nessuna etichetta che ne indicasse il luogo d’origine, che è stato accertato era la Cina. La merce era giunta in Italia via mare, ed era stata sbarcata al porto di Salerno. Il valore commerciale della marce sequestrata si aggirerebbe intorno ai 150mila euro, ma l’affare doveva avere un ritorno assai più consistente per l’imprenditore denunciato.

I DRAMMATICI NUMERI DI UN RAGGIRO, SISTEMATICO E COLOSSALE
Tutto questo mentre la nostra agricoltura è in ginocchio, piegata dai contraccolpi di una crisi di prezzi durissima. Da sempre i coltivatori chiedono misure che garantiscano la qualità dei prodotti che arrivano sulla tavola dei consumatori attraverso la tracciabilità, ovvero un sistema di etichettatura apposto sui prodotti che dica qual è la zona di origine, e i diversi passaggi effettuati prima dell’immissione sul mercato. E al danno si aggiunge la beffa, se si considera che la Puglia è produttrice di funghi: i prelibati “cardoncelli”. Ed è lecito supporre che una volta giunti sui banchi del supermercato o perfino sulle tavole dei ristoranti, i fughi avariati cinesi sarebbero stati spacciati per prodotti locali.
Ha veramente di che arrabbiarsi il Presidente della Coldiretti Puglia, Pietro Salcuni,  che in una nota è tornata a sollecitare l’obbligatorietà della indicazione sull’etichetta della provenienza degli alimenti. “Il maxi sequestro di funghi in salamoia a Cerignola – ha detto Salcuni – è l’ennesima dimostrazione di quanto sia determinante l’emanazione di una legge che renda obbligatoria l’indicazione dell’origine di tutti i prodotti agroalimentari, quale unica forma di tutela per i consumatori e per gli imprenditori del settore agroalimentare. Esprimiamo plauso per il lavoro svolto dai carabinieri del nucleo di Bari dei NAS che hanno scoperto ancora una volta prodotti in cattivo stato di conservazione, di provenienza dubbia e nocivi per la salute umana. Commercializzare e utilizzare nella ristorazione funghi cinesi proprio in Puglia, patria del fungo cardoncello, è realmente un paradosso”.
Secondo il Direttore della Coldiretti Puglia, Antonio De Concilio, “è divenuto improcrastinabile  segnare una netta linea di demarcazione tra la filiera agricola italiana e quella estera d’importazione, indicando in maniera chiara e trasparente in etichetta tutti gli ingredienti che compongono i prodotti agroalimentari in vendita.”
De Concilio sciorina una serie di dati impressionanti, che la dicono lunga sulla consistenza del “mercato parallelo” di prodotti agricoli provenienti da migliaia di chilometri di distanza, spesso sofisticati, spacciati per prodotti di qualità, quando di qualità non sono, e per i quali viene spesso anche illegalmente utilizzato il marchio ‘made in Puglia’, a danno dell’imprenditoria agricola pugliesi e dei consumatori.

ZAIA DOVREBBE RICORDARSI DI ESSERE MINISTRO DI TUTTI GLI ITALIANI
Quasi 86 milioni di quintali di latte, cagliate ed altri derivati importati in Italia annualmente, di cui circa 1.600.000 provenienti soprattutto da Germania, Repubblica Ceca, Austria, Ungheria, Slovenia e Francia, giungono direttamente ad oltre 50 aziende lattiero-casearie pugliesi. Oltre 1.700.000 tonnellate di grano duro entrate nel 2008 in Italia, di cui il 40% in Puglia; dal 1°gennaio di quest’anno nei porti pugliesi sono già stati scaricati, al 30 giugno, oltre 4.000.000 quintali di grano duro. Circa 2.000.000 quintali di olio, quasi pari alla produzione regionale, importati ogni anno per essere miscelati con quello del nostro territorio, mentre sfuggono ad ogni possibile calcolo le importazioni di olio – non di oliva – che si trasformano nel prezioso oro pugliese, così come dimostrato dall’ottima attività investigativa del Comando NAS di Bari.
È una ragione in più per rendersi conto di quanto importante sarebbe, per una Regione che affida le speranze di riscatto della sua agricoltura proprio alla filiera della qualità, l’attivazione dell’authority per la sicurezza alimentare. L’Italia è il solo paese europeo a non averla ancora costituita, ed i risultati si vedono. Il parlamento ha scelto Foggia quale sede operativa dell’agenzia, ma le solite camarille politiche l’hanno fino ad oggi impedita.
Per il ministro Luca Zaia, che in campagna elettorale in Veneto ha annunciato di voler trasferire l’authority da Foggia e Verona, ecco un’eccellente occasione per dimostrare di essere il ministro di tutta l’agricoltura italiana, e non soltanto i quella veneta.

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