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D’Alema come re Mida: trasforma le sconfitte in vittorie

18 gennaio 2010

Le primarie sono state una waterloo per lui, ma…

Quanti anni è che facciamo quest’ingrato mestiere, che consiste nel dover raccontare le non sempre edificanti vicende del teatrino della politica? Tanti. Forse troppi. Comunque abbastanza da poter dire di averne viste di cotte e di crude. Non tante, però da far venir meno lo stupore, l’indignazione. Tutti d’accordo, ieri, all’assemblea regionale del Pd sull’opportunità che a scegliere il candidato del centrosinistra nella sfida elettorale regionale della prossima siano le primarie.
Non soltanto tutti d’accordo, ma tutti sostenitori dalla prim’ora di questo insostituibile strumento di democrazia. Anche quelli come il segretario regionale Blasi, l’ex premier Massimo D’Alema, e Francesco Boccia, lo sfidante ufficiale, fino a tre giorni fa avevano detto peste e corna delle primarie. Fosse dipeso da loro, ne avrebbero fatto volentieri a meno, anche a costo di sfasciare quel poco che restava dell’unità del centrosinistra.
Ma il bello (o il brutto, dipende dai punti di vista) è che la decisione non stava nelle mani dei sancta sanctorum del Pd pugliese ma nei delegati dell’assemblea regionale, la stragrande maggioranza dei quali era nettamente a favore della politica.
È stata così applicata una regola aurea della politica quando una maggioranza perde i numeri per confermarsi tale, e non è in grado di far passare le decisioni assunte dai capi, è inutile procedere ad una conta che non farebbe altro che certificare la sconfitta. Tanto vale passare dall’altra parte, cambiare idea, ed anzi dar mostra che la soluzione poi approvata da tutti era proprio quella che i capi avevano in testa.
Inutile stupirsi, oppure indignarsi. Tanto più che il campione mondiale in carica di questa regola aurea era proprio una degli attori protagonisti dello psicodramma messo in scena dal Partito Democratico: nessuno al mondo, meglio di D’Alema, sa trasformare una sconfitta, in una vittoria. Lo dice inequivocabilmente la sua carriera politica,  irta di sconfitte, che non gli hanno mai impedito di essere al vertice dei partiti che di volta in volta a fondato, trasformato, sciolto e ricostruito: divenne premier perché la sinistra radicale dette il benservito a Prodi, come premio per aver sbagliato tutto, ma proprio tutto, con la Bicamerale che altro non fu che un grazioso regale per gli avversari. Da allora in poi, ha sempre sostenuto i cavalli vincenti ai diversi congressi, ma poi naufragati puntualmente alla prima prova elettorale. Se non altro i diversi Occhetto e Veltroni hanno avuto il buon gusto di farsi da parte, una volta sconfitti. Lui no: come Re Mida riesce a trasformare in oro tutti i fallimenti.

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