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Il mare garganico assediato dagli speculatori

3 febbraio 2010

Per il New York Times tra le trentuno meraviglie del mondo, per le multinazionali mare da conquistare. Le rivelazioni di Gianni Lannes: a provocare la morte dei capodogli le ricerche di idrocarburi condotte con sistemi illegali. Il Comitato per la tutela del mare garganico dice no all’impianto off-shore di Ischitella

Per un territorio come il Gargano (il solo italiano), annoverato dal New York Times tra le trentuno meraviglie del mondo, il mare dovrebbe essere un valore sacro, indiscutibile: la risorsa prima del passato e del futuro del promontorio.
Invece sempre più questo lembo d’Adriatico è attraversato dalle scelte e dalle decisioni delle multinazionali che lo stanno letteralmente assediando.
La preoccupazione cresce, così come cresce l’assedio, e la cronaca di questi giorni fa registrare due episodi particolarmente significativi, anche perché denotato una crescente presa di coscienza da parte delle popolazione  della società civile.
Il primo è rappresentato dalle rivelazioni del giornalista Gianni Lannes sulle ragioni che nello scorso mese di dicembre hanno portato allo spiaggiamento ed alla morte dei nove capodogli all’istmo di Lesina, il secondo dal “no” opposto dal comitato per la tutela del mare del Gargano alla realizzazione del parco eolico off-shore autorizzato dal Comune di Ischitella al largo di Foce Varano ad una distanza compresa tra 6 e 12 km dalla costa.
Due facce della medesima medaglia, rappresentata dalla corsa selvaggio alle acque dell’Adriatico per utilizzarle a fini energetici: parchi eolici marini o prospezioni minerarie, il risultato non cambia granché.
Lannes ha esposto i risultati dell’indagine condotta per comprendere le cause dello spiaggiamento in un incontro pubblico sul Gargano, poi montato e pubblicato si YouTube da Terranostra.

L’ESERCITO AVEVA DATO L’ALLARME, NESSUNO È INTERVENUTO
Secondo il giornalista, a provocare la tragedia dei cetacei sono state le ricerche e le prospezioni di idrocarburi nel Basso Adriatico. Lannes ha ricordato come in queste vicende sia direttamente coinvolto  il Gargano: luna società irlandese, che ha sede a Dublino, ha chiesto il permesso di effettuare prospezioni di idrocarburi per un’area di 735 chilometri quadrati a ridosso del Gargano.
“I nostri capodogli – ha detto Lannes – sono morti a causa di questo.” Il giornalista ha stigmatizzato il clima di reticenza (e di ritardo negli interventi), che ha detto di aver personalmente constato, recandosi sul posto non appena si era diffusa la notizia dello spiaggiamento: “Ho parlato con Rizzi, il presidente del centro studi naturalistici della Capitanata e con altri turisti che erano lì, e mi hanno detto: abbiamo chiamato il Ministero dell’ambiente, ma non vogliono salvarli, e non riusciamo a capire perché.”
“Abbiamo poi capito perché. – ha detto ancora Lannes – Ufficialmente, i cetacei sono morti per una embolia gassosa a livello coronarico.”  Il giornalista ha duramente contestato la tesi sostenuta dalla Professor Nascetti, uno degli esperti chiamati subito dopo lo spiaggiamento a far luce sulle cause dell’episodio. Il docente, pro-rettore dell’Università della Tuscia, aveva sostenuto che i cetacei erano morti per aver ingerito alcuni sacchetti di plastica.
Il giornalista ha anche riferito che i giganti del mare erano stati avvistati dalle autorità militari (in numero di 10,  uno in più di quelli spiaggiati) e che era stato dato l’allarme in quanto i cetacei si stavano avvicinando inesorabilmente al litorale garganico. Lannes ha precisato che questa fonte militare è del 9 dicembre, mentre la notizia della spiaggiamento si è diffusa soltanto il giorno successivo, il 10.
Lannes è riuscito a ricostruire gli ultimi spostamenti dei capodogli sostenendo che il branco era stato fotografato qualche giorno prima nel mare Ionio. Erano state fotografate perfino le pinne caudali di di alcuni cetacei, ed è stata proprio questa fortunata coincidenza che ha permesso di identificarli con quelli che poi sarebbero spiaggiati sull’istmo di Varano. “Il branco – ha detto il giornalista – viveva in una zona dello Ionio tra l’Italia e la Grecia. E ogni tanto arrivavano anche nel basso Adriatico. Ebbene, alcuni mesi fa, il governo olandese ha chiesto al governo italiano se gli consentiva di fare delle introspezioni di idrocarburi nelle acque dello Ionio. Il governo italiano, bypassando la Regione, bypassando la guardia costiera, bypassando gli enti locali, ha dato il suo consenso e quindi è arrivata questa nave. Cosa succede quando si fanno ricerche di idrocarburi in mare? Vengono utilizzati dei cannoni pneumatici, di solito delle batterie che vanno da tre a cinque cannoni.

QUINDICI POZZI IN VISTA LUNGO IL LITORALE PUGLIESE
C’è la nave, un rimorchio in mare, questi cannoni sotto la superficie dell’acqua di circa 10 m sparano delle onde sonore sui fondali quindi producono una sorta di inquinamento acustico. È una vera e propria ispezione sismica che viene condotta allo scopo di capire se, su quei i fondali, c’è del greggio. Oppure del gas, idrocarburi insomma. Prima venivano usate delle cariche esplosive, adesso sono arrivati a questo punto. È scientificamente documentato che questo tipo di indagini in mare produce danni irreversibili ai cetacei, ed è vietato da convenzioni internazionali. Non si potrebbe fare, invece l’hanno fatto. Quei capodogli sono fuggiti dalla zona interessata. Ufficialmente la causa della morte non è stata ancora stabilita, ma la tesi più accreditata è che si tratti di una embolia coronarica: cioè gli è scoppiato il cuore. Sono fuggiti dalla zona dello Ionio che si mescola all’Adriatico, ed hanno imboccato l’Adriatico perché era l’unica via di salvezza.”
Una tragedia annunciata dunque, ma anche una tragedia che potrebbe ripetersi : “Sono quattro anni che si lavora sugli idrocarburi nel basso Adriatico, – ha detto Lannes – e ci saranno una quindicina di pozzi petroliferi tra le Tremiti e Gallipoli.”
Un mare tra i più pregiati in cambio di non si a bene cosa. Secondo Lannes, si tratta, peraltro, di una operazione dalle finalità più che altro speculative. La possibilità di trovare petrolio nelle acque del basso Adriatico, infatti, è alquanto remota e, quand’anche non si trovasse, non sarebbe di grande qualità.
Ma se non è il petrolio ad alimentare l’assalto al mare, c’è l’eolico, che dopo aver mutato radicalmente il paesaggio della terraferma, adesso s’allunga anche sul mare.
Scende in campo, come abbiamo già detto, il Comitato per la Tutela del Mare Garganico per dire no all’impianto eolico off-shore autorizzato dal Comune di Ischitella.

IMPIANTI OFF-SHORE INCOMPATIBILI CON IL TURISMO
“Dopo un’attenta valutazione della documentazione relativa al progetto presentato dalla Seva srl, – sostiene il comitato in una nota – si ritiene incompatibile la realizzazione di parchi eolici off-shore con l’attività turistica, principale fonte economica per molti paesi del Gargano, per l’attività di pesca e per l’ambiente naturale, rimarcando la necessità di un coinvolgimento più ampio degli enti e delle comunità garganiche in scelte che non possono rimanere circoscritte ad un solo comune. Ogni questione relativa alla modifica del paesaggio e dell’ambiente di un territorio, infatti, soprattutto se ha rilevanza turistica, diventa automaticamente una questione che non può più solo riguardare un dato comune o i suoi abitanti, ma acquista una rilevanza popolare, se si pensa alla fruibilità che deve essere garantita ai turisti provenienti da ogni angolo del mondo. La realizzazione del parco eolico avrebbe un notevole impatto negativo non solo visivo e paesaggistico, ma anche più prettamente ambientale e di disturbo rispetto ai fenomeni migratori dell’avifauna. Innegabilmente compromessa, inoltre, ne risulterebbe la navigazione sia di pesca che da diporto (soprattutto crocieristica), per l’interdizione, non solo dello specchio d’acqua direttamente interessato, ma anche delle rotte navali che lo incrocerebbero. Dannoso per l’ambiente, il paesaggio, l’economia turistica, il progetto, inoltre, assicura un esiguo ritorno economico, con un impatto sulla forza lavoro limitata alla realizzazione del progetto, ma non alla sua gestione (riservata alla Seva) che nella bozza della convenzione anche per gli impegni assunti è sbilanciata a suo favore ed a scapito dell’ente locale. Ribadendo la contrarietà al progetto in questione, i cui costi si dimostrano maggiori dei benefici prospettati, sul piano ambientale, paesaggistico, economico e sociale, il comitato suggerisce l’individuazione di alternative a tali fonti rinnovabili sul nostro territorio.”
Netta, insomma, la posizione del comitato: “No all’eolico off-shore lungo la costa del Gargano, per scongiurare l’eventualità che questo possa rappresentare l’apripista e l’esempio da seguire per altri sindaci garganici, trasformando la nostra costa in una centrale elettrica. Nel ricordare come spesso dietro a tali progetti si celino interessi eco-mafiosi, si considera preferibile ed anche economicamente più vantaggioso favorire soluzioni che garantiscano una gestione e realizzazione pubblica, auspicando, inoltre, che una qualsiasi politica energetica sul territorio, vada vista nella totalità del territorio garganico, coinvolgendo tutti gli enti preposti ed abbandonando la politica di coltivare il proprio orticello a scapito o disinteressando dell’altro.”

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