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Medici Senza Frontiere sui Cie e i Cara pugliesi: bocciati senza appello

5 febbraio 2010

La situazione più grave al Cie di Bari, ma non va meglio al Cara di Borgo Mezzanone

Una bocciatura, senza se e senza ma, quella decretata da Medici senza Frontiere alle due strutture pugliesi che si occupano di assistenza ai migranti. Il rapporto del viaggio annualmente compiuto dall’organizzazione nei diversi centri italiani svela una situazione oltremodo critica che a giudizio di Medici senza Frontiere denota come “la gestione generale sembra ispirata a un approccio ancora emergenziale”.
Il viaggio dell’organizzazione ha toccato tutte le strutture: dai CIE (Centri di identificazione ed espulsione) ai CARA (Centri di accoglienza per richiedenti asilo) ai CDA (Centri di accoglienza). Foggia e Bari hanno meritato una menzione perfino nel comunicato stampa che accompagna il rapporto: a Bari, nonostante la visita di MSF fosse stata comunicata con diverse settimane di preavviso, è stata negata dalla Prefettura l’autorizzazione a entrare nelle aree alloggiative. Per quanto riguarda Foggia, viene invece sottolineata l’inadeguatezza dei servizi di accoglienza: 12 persone costrette a vivere in container fatiscenti di 25 o 30 metri quadrati, distanti diverse centinaia di metri dai servizi e dalle altre strutture del centro.
Il rapporto è accompagnato da schede che descrivono la situazione, centro per centro. Il Cara di Foggia (gestito all’epoca della visita di Medici senza Frontiere dalla Croce Rossa) ha una capacità recettiva di 540 persone: nella prima visita erano presenti bel 1.088, nella seconda 460.
“Il grave sovraffollamento riscontrato in occasione della prima visita – si legge nel rapporto – rendeva particolarmente difficili le condizioni di vita degli ospiti all’interno del CARA di Foggia, soprattutto per coloro che vivevano nei container e nelle tende.
Nella seconda visita, la minore presenza di ospiti consentiva di erogare condizioni di accoglienza migliori rispetto alla volta precedente, nonostante questo permanevano carenze nella manutenzione degli ambienti abitativi, dei servizi igienici e nella pulizia degli ambienti aperti.
I limiti strutturali del centro, in ogni caso, non consentono di garantire standard di accoglienza adeguati considerando che gran parte degli ospiti sono collocati lungo la pista dell’ex aeroporto, isolati a circa 1 km dai servizi. Inoltre, i nuovi arrivati non si vedono assegnare un posto letto, ma devono scovarlo autonomamente, con il risultato che alcuni sono costretti a dividere il letto con altri e non esistono aree riservate per le donne e i nuclei familiari. Gli ospiti del centro lamentano, in particolare, pasti freddi e di scarsa qualità, mancanza di attività ricreative, di riscaldamento, acqua calda, indumenti caldi e coperte idonei a fronteggiare le temperature invernali.
Il sistema sanitario del centro, in controtendenza rispetto agli altri ambiti, garantisce un servizio di qualità elevata, anche in condizioni di sovraffollamento, in particolare nella diagnosi e nel trattamento delle patologie infettive e dell’individuazione di casi con disturbi della sfera psichica. Sconcerta il fatto che un ente gestore sia in grado di garantire elevati standard medici e al contempo non riesca ad offrire condizioni di vita e di igiene dignitose.”
Critica anche la situazione riscontrata al Cara di Bari, ma leggermente migliore rispetto a quella di Foggia: “Nel contesto di sovraffollamento riscontrato in occasione della prima visita, gli standard di accoglienza si presentavano nel complesso assai modesti, soprattutto in termini di condizioni alloggiative, mentre nella seconda visita, dove il numero di richiedenti asilo era inferiore alla capacità ricettiva del centro, la qualità dei servizi è apparsa in generale buona. In particolare risulta apprezzabile l’impegno dell’ente gestore di realizzare un sistema strutturato di accoglienza dei minori comprensivo anche della scolarizzazione presso gli istituti locali di quelli nell’età dell’obbligo scolastico (unico CARA tra quelli visitati da MSF) e di avviare una decisa politica di apertura all’esterno mirata a favorire i momenti di contatto tra ospiti e cittadinanza con benefici, è sembrato di cogliere, per la vita all’interno del centro.”
Il centro che presenta la situazione più critica, se non addirittura drammatica  è il però il Cie di Bari: “Dalle testimonianze raccolte – si legge nel rapporto – emerge nel centro un clima di forte tensione caratterizzato da violenza. I segni d’incendio ancora visibili il giorno della prima visita all’ingresso e nei locali della lavanderia e del magazzino, le ripetute notizie di disordini all’interno del CIE riportati dalla stampa e gli ostacoli posti a entrambe le osservazioni di MSF, unico caso tra tutti i centri visitati, sembrano confermare questa versione dei fatti. L’ente gestore e la Prefettura di Bari, del resto, si sono mostrati estremamente poco collaborativi, riportando informazioni in modo approssimativo ed evasivo e, a volte, smentite dai trattenuti intervistati.”
“Per quanto riguarda il servizio sanitario, – concludono Medici Senza Frontiere a proposito del Cie di Bari – sconcerta l’assenza di un direttore sanitario incaricato di monitorare, coordinare e pianificare le attività. Nel complesso, l’intero servizio appare approssimativo, come testimoniato dalla presenza di medicinali scaduti nella farmacia, dall’assenza di protocolli per la diagnosi e il trattamento delle patologie infettive, di dati epidemiologici certi e sul numero di consultazioni medie mensili, così come sugli invii alle strutture esterne. “

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