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La difficoltà di essere donna a Foggia

21 febbraio 2010

Ci scrive, una volta tanto da lettrice,  la nostra apprezzata collaboratrice,  Paola Lucino,  che risponde ad Arturo Desio, che qualche giorno fa aveva lamentato, in un momento particolarmente difficile per la condizione femminile a Foggia, in cui si ripetono gli episodi di violenza nei confronti delle donne,  il silenzio delle associazioni femminili.
* * *
“Uomini che odiano le donne”: bel titolo, azzecatissimo. Hai colto una drammatica sequenza, purtroppo non nuova né da noi né altrove.
Sulle associazioni femminili farei un discorso a parte e a monte, magari in sede più appropriata. Cosa possono fare? Ci sono follie che sfuggono a qualunque maglia, incontrollabili. Tenere accesi i riflettori sulla prevenzione, su quello che le donne possono fare per difendersi se sanno di avere a che fare con un tipo violento, magari lo sanno dall’inizio o lo scoprono dopo. Oggi lo stalking è un reato: bisogna denunciare le persecuzioni. C’è uno sportello in questura, hanno fatto una campagna su questo.
Le forze dell’ordine della città questo tema non l’hanno mai trascurato. Altro punto: i centri di mediazione familiare. Da noi stanno attecchendo, studi legali con personale specializzato nel settore vanno prendendo corpo. Altro aspetto: le separazioni, sia fra fidanzati che fra coniugi sono, in molti casi, tragiche; è la parte maschile, più frequentemente, a non capacitarsi.
Questo momento non va sottovalutato, mai, ma affrontato con lucidità e cautela perché quello che passa nella testa di una persona che si sente “abbandonata” può divenire furia devastante. Non sono casi isolati ma una casistica, un paradigma, purtroppo.
Quando tu dici “comunità” io ci credo, il problema è che spesso questa comunità alle donne serve in certi momenti, quando magari non la trovano, e più si sfilaccia il tessuto sociale, meno regge la famiglia di provenienza, più la disinformazione e la cultura del sopruso trionfano, più le donne sono sole. Non distinguerei, nella violenza, fra gente colta e gente meno colta, il fenomeno è trasversale.
Ricreare i legami fra la solitudine di certe scelte e la “comunità delle associazioni” può essere un primo passo. Che però non è riuscito a salvare dai coltelli o dalle pistole, tante, troppe donne.
Un’ultima cosa. È la famiglia a formare il rispetto per le donne. Le madri devo cominciare da quando i figli sono pre-adolescenti a fissare le regole di come ci si comporta .Senza cedimenti di sorta, bloccando duramente e sul nascere qualunque fenomeno di bullismo, spavalderia, gallismo, supremazia, per un fatto di educazione, nel rispetto dei ruoli e dei generi. Ecco, le associazioni possono battersi perché anche la scuola preveda tali strumenti. I docenti, inoltre, tengano d’occhio sempre gli alunni ,sia quando spiegano, sia quando li osservano nelle fasi di pausa. Allora si riscontrano, spesso, atteggiamenti e modi su cui si deve, necessariamente, intervenire.
Paola Lucino
Risponde Arturo Desio:  “Inoltro per competenza i tuoi complimenti per il titolo al direttore, perché è il suo.  Quanto al resto condivido la tua analisi in tutto e per tutto.   Il mio appello alle associazioni femminili riguardava però non tanto il ruolo che queste possono svolgere nell’affrontare la questione in un tessuto profondamente disgregato,  ed in una situazione così drammatica quale quello che viviamo,  ma piuttosto il loro ruolo di informazione,  di sensibilizzazione.  Troppo spesso queste storie vengono abbandonate nel recinto della cronaca nera,  senza che riescano neanche a produrre sdegno, esecrazione.  E questo ruolo dovrebbero svolgerlo anche gli organi di informazione:  andare al di là della cronaca, cercare di capire meglio,  più a fondo.
A. D.

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  1. michele permalink
    22 febbraio 2010 10:11

    Lettera alla redazione di Lino Del Carmine, uomo della politica e del sindacato
    Aspettando l’8 marzo
    Care donne, il problema non siete voi

    Ho provato a leggere la «conversazione» di Nadia Urbinati, su “l’Unità”,con molta attenzione. Quando dice: «…c’è, da parte delle persone attorno a noi, una specie di accettazione. Il senso dell’inutilità collettiva». Ho pensato: ha messo, come si dice, “il dito nella piaga”. E mai frase idiomatica fu più opportuna. Qui si parla proprio di piaghe: indicarle è necessario, anche se sarebbe più elegante, per molte,voltarsi dall’altra parte. Toccarle fa male. Ma attraverso il dolore, passa l’unica speranza di guarigione. Dunque diciamolo: è morta la dimensione collettiva. Il “noi” che rafforzava i tanti “io” di cui era composto, latita. Era onnipresente, la prima persona plurale. Ora è scomparsa. Non è mai stata facile da declinare: includere l’Ego degli altri, sistemarlo accanto al proprio, non è mai naturale, tocca smussare angoli, reprimere individualismi, concedere generalizzazioni, perdere qualcosa di sè. Cosa è rimasto della rivoluzione delle donne? La rivoluzione delle donne non è stata né vinta né persa. È stata interrotta secondo me, in moltissimi casi.
    Interrompere una rivoluzione è pericoloso: non riesci a imporre nuovi valori, a radicarli, a estenderli a tutti, come quando vinci. Non vieni travolto dalla restaurazione del vecchio, come quando perdi. Quando lasci una rivoluzione a metà la restaurazione è lenta e strisciante. Incominciano a bombardarti con l’icona della “ragazza tette grandi/ cervello piccolo”, non ci fai caso. Occupa i teleschermi (anche quelli del servizio pubblico) per anni. Spegni la televisione. Diventa protagonista della scena pubblica, corpo in vendita, carriera, oggetto di scambio, trastullo stipendiato di un modello di maschio potente/impotente che era già vecchio quando era ancora giovane. Ti scansi, spegni l’audio, non vuoi sentire,cara donna.
    Finché ti accorgi che, nel silenzio/assenso generale, si è tornati indietro. Come prima e peggio di prima. Devi di nuovo essere complemento, protesi, utensile del piacere. Madre se proprio ti va, come lato B della carriera. A tua figlia regalerai “Miss Bimbo”, il gioco elettronico che insegna a diventare Velina, Escort o moglie di miliardario. Sei di nuovo povera.
    Possiedi, come anticamente i proletari, soltanto il tuo corpo e quello devi far fruttare. E sbrigati: hai meno di 20 anni di tempo. Qualcuno dice che qualche ragazza ha trovato, per lo più all’estero, riconoscimento ai suoi talenti. Qualcun altro rimprovera “le femministe”, queste ormai mansuete streghe in prepensionamento, di tacere. Ma non è vero.
    Tutte le donne, molte per fortuna, hanno, in questi anni, parlato. Molte, sole davanti allo schermo dei nostri computer, come si usa oggi, alcune in qualche associazione. Avete confezionato tristi arringhe, segnalato, puntuali come Cassandre, rischi e degenerazioni. Non è successo niente. Le parole delle donne non pesano un grammo, per molti uomini. Per questo bisogna ricominciare daccapo. Portare i vostri corpi in piazza, occupare spazi, farvi vedere, farvi sentire, in politica, nel sindacato, dove esiste da anni rispetto, ed uguale diritto, nelle scelte dei gruppi dirigenti. Basti vedere, l’attuale segretario generale della cgil,una grande compagna.
    Contatevi, per ricominciare a contare. In molti ambienti purtroppo, la donna viene ancora vista come una percentuale da inserire, non per riconoscimento delle sue qualità professionali, ma perché rientra nelle norme statutarie e di regolamenti. Ma posso con sincerità, asserire, senza essere smentito da alcuno, che dove le donne hanno un ruolo di responsabilità, le cose funzionano bene. Anzi benissimo, e vi prego,adesso si celebrerà l’8 marzo, non fatevi le solite discussioni tra donne, il problema non siete voi, siamo noi uomini che dobbiamo, almeno noi della nostra generazione, cancellare dalla nostra mente questi atavici retaggi, inculcatici dai nostri genitori.
    Lino Del Carmine

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