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Riflessioni a margine del congresso Cgil: senza investimenti pubblici non si esce dalla crisi

5 marzo 2010

Diga di Piano dei Limiti, Gino Lisa, grande viabilità: quante occasioni perdute. Il tema dello sviluppo completamente ignorato dalla campagna elettorale e dalla politica

I dati e le considerazioni sciorinate da Mara De Felici nella relazione con cui ha aperto il congresso provinciale della Cgil conferma una tesi che il Quotidiano sostiene da tempo. La crisi economica internazionale sta colpendo con particolare virulenza i territori, come la Capitanata, strutturalmente più deboli, con il rischio di trasformarsi da una crisi congiunturale in una crisi strutturale.
La maggiore organizzazione sindacale della Capitanata ha posto il lavoro – il ritorno alla centralità del lavoro – come tema di fondo del suo congresso e come strategia per rispondere alla crisi. Giustissimo, anche perché sono proprio i lavoratori che sopportano il maggior peso della crisi, come testimoniano i 14 milioni di euro bruciati in busta paga soltanto dal ricorso allaccia integrazione. Se a questo si aggiungono i dati relativi ai licenziamenti, al ricorso alla cassa integrazione straordinaria che viene erogata alle aziende in crisi irreversibile, si ha davvero un quadro drammatico della situazione in atto, in Capitanata.

Va sottolineato che la relazione di De Felici si è incentrata per lo più sull’industria, che rappresenta tradizionalmente il “cavallo di battaglia” della Cgil: ma se dall’industria si volge lo sguardo all’agricoltura, la situazione non muta. Anzi, il comparto primario è stato colpito due volte da questa tragica congiuntura: una volta dalla crisi economica generale, che ha fatto lievitare i costi di produzione, e l’altra dal crollo dei prezzi, che ha visto drammaticamente assottigliarsi i ricavi, portando diverse aziende alla chiusura.
Ma per azionare il meccanismo virtuoso del lavoro, per dare senso all’equazione che più lavoro uguale a più consumi e dunque a più sviluppo, occorrono investimenti, pubblici e privati.
Per quanto riguarda questi ultimi, le prospettive sono tutt’altro che rosee: la crisi ha colpito duro nelle aree – come quella di Manfredonia o quella di Ascoli Satriano – che beneficiavano delle misure delle programmazione negoziata, che la segretaria della Cgil ha evocato nella sua relazione: il contratto di area per quel che riguarda la città sipontina, i patti territoriali per gli altri poli industriali della provincia.
Occorre che la ripresa degli investimenti avvenga, in questo momento, prima di tutto da parte pubblica, anche perché è proprio su questo versante che l’economia provinciale sconta i maggiori ritardi: il mancato finanziamento della diga di Piano dei Limiti, la quasi completa esclusione della Capitanata dal programma della grande viabilità (completamento della Superstrada Garganica e della Pedeubappenninica, raddoppio della SS.16 da Foggia a San Severo e da San Severo a Termoli), il silenzio sceso sulla costruzione della nuova pista del Gino Lisa non soltanto ritardano l’immissione su mercato del lavoro di preziose risorse, ma peggiorano il gap che già divide, e pesantemente, la provincia di Foggia dalle altre province pugliesi e dalle altre province meridionali viciniore.
Il problema è in questo caso tutto politico: piaccia o meno, nel nostro paese i flussi di investimento pubblico non si attivano per grazia ricevuta, ma sulla base della maggiore o minore capacità che una classe politica e dirigente ha di fare pressioni sui centri decisionali, di ottenere che un certo progetto venga finanziato, ed un certo programma di finanziamenti non venga tagliato. Proprio il contrario di quello che è avvenuto in Capitanata.
La gravita della crisi messa in evidenza dalla Cgil (ma su questo dato concordano anche le altre risale sindacali) è tale da far rimarcare ancora di più la distanza della politica dalla vita reale,quotidiana. Siamo in piena campagna elettorale per il rinnovo del consiglio regionale e per l’elezione del presidente della giunta regionale.
Sarebbe lecito attendersi, da parte dei candidati che si contendono la presidenza, un serio confronto sulle strategie da intraprendere perché la Puglia settentrionale possa ritrovare la strada dello sviluppo. Invece niente: il confronto si trascina sui temi generali, sulle polemiche spicciole. Ogni occasione è buona per demonizzare l’avversario. Ma di proposte serie, non se ne sentono.

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