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Manifesti a raffica: c’è anche il partito di Vendola

12 marzo 2010

L’affissione selvaggia continua, nonostante qualche timido tentativo dell’Aipa – la nuova impresa appaltatrice del servizio per conto del Comune – di coprire i manifesti elettorali affissi illegittimamente sugli impianti destinate alla normale affissione.
Il fenomeno è più contenuto rispetto all’anno scorso, ma soltanto perché i candidati sono assai di meno di quelli che dettero vita alla campagna elettorale per le comunali e circoscrizionali: poco più di cento alle regionali, quasi duemila allora. A conti fatti, e presi singolarmente, i candidati ad un posto al sole in quel di via Capruzzi sporcano assai di quelli dell’anno scorso.
Nessun partito è immune da questo malcostume (ma è un eufemismo, perché si tratta di vera e propria violazione della legalità) neanche quello che fa capo direttamente al presidente Vendola, come documentano le nostre immagini, scattate nel primo pomeriggio di ieri, in via Martiri di via Fani. In questo caso, che riguarda l’ex assessore regionale, Marco Barbieri, candidato a Foggia nella lista di Sinistra Ecologia e Libertà, non si tratta di affissione abusiva in senso stretto (ma avevamo notato manifesti dello stesso candidato sugli impianti nei pressi della facoltà di lettere) ma di occupazione degli spazi riservati agli altri partiti: una violazione minore, nel senso che almeno non penalizza le tasche dei contribuenti, ma pur sempre una violazione, un comportamento che denota uno scarso rispetto delle regole.
L’affissione “a raffica” è un fenomeno particolarmente accentuato in questa campagna elettorale e derivante direttamente dal fatto che, dal momento che tutti violano le regole, la possibilità che un manifesto “regolare” (ovvero affisso nei pannelli predisposti dal Comune e negli spazi riservati al partito del candidato) resti al suo posto per il tempo dovuto è pressoché inesistente. Ed allora ecco che tutti affiggono a raffica, incuranti delle norme nel tentativo di ottenere un minimo di visibilità murale. Un atteggiamento comprensibile, soprattutto per quei candidati che non possono permettersi di investire nei costosissimi spot televisivi, ma in ogni caso non comprensibile.
Un comportamento che fa riflettere anche sulla perdurante crisi di valori che  angustia la politica. Il fenomeno delle affissioni a raffica, così come quello delle affissioni selvagge, è figlio della crisi dei partiti. Erano una volta i partiti – marcandosi l’uno con l’altro – ad impedire, se non altro per evitare che l’avversario potesse trarne un vantaggio, abusi come quelli che siamo costretti a registrare ad ogni tornata elettorale. Ma, soprattutto, erano i partiti a vigilare che i propri candidati rispettassero le regole del gioco, senza cercare di farsi le scarpe l’uno con l’altro.
È diventata quasi leggendaria l’organizzazione interna del Pci, che non consentiva ai propri candidati farsi la propaganda elettorale da soli, ma distribuiva il materiale propagandistico secondo le decisioni assunte dai vertici del partito. I candidati che “dovevano” essere eletti ricevevano più materiali degli altri, che fungevano da gregari. Nella Democrazia Cristiana era invece il reciproco controllo tra un candidato e l’altro a garantire che non si andasse fuori spazio o che un candidato non coprisse con i propri manifesti quelli di un altro.
Erano insomma i partiti a stabilire le regole del gioco interno, e chi più chi meno tutti i candidati le rispettavano. Ma erano altri tempo: un’altra politica, un’altra etica.

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