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Frana: adesso non si sa dove smaltire i rifiuti

26 marzo 2010

Qualcosa comincia a diventare più chiaro, nella vicenda della frana tra Panni e Montaguto che da quasi due settimane ha interrotto i collegamenti ferroviari e stradali tra la Puglia e la Campania. La scadenza di trenta giorni indicata dalla protezione civile quale termine per la ripresa dei collegamenti ferroviari e della riapertura della variante dello statale è verosimile, ma a due condizioni: che non piova (ed invece proprio ieri la zona è stata oggetto di un’altra abbondante pioggia), e che si riesca a rimuovere l’immensa valanga di fango e di detriti che si è abbattuta in prossimità della strada ferrata. È veramente una montagna, quella che è scivolata a valle: 700.000 metri cubi di detriti che si sono riversati nei prezzi della ferrovia. Se non li si rimuovere, sarà impossibile risistemare i binari elle traversine che sono stati tolto sia a titolo precauzionale, sia per consentire le manovre dei mezzo pesanti preposti alla rimozione della massa di detriti.
Dove consentire lo stoccaggio di questa immensa molte di terreno franato? È il dilemma su cui da giorni si stanno arrovellando il commissario per l’ emergenza idrogeologica della Campania, Mario De Biase, i dirigenti di Rete Ferroviaria Italiana e quelli dell’Anas. Le ferrovie hanno messo a disposizione un sito, la protezione civile ne ha espropriato un altro, ma la quantità di detriti che può essere stoccata nei due posti non arriva neanche alla metà di quella da rimuovere. Insomma occorrerà lavorare sodo per cercare altri siti, diversamente non sarà possibile sgomberare il fango e l’argilla che si sono accumulati a valle della frana.
Si lotta contro il tempo anche per quanto riguarda la definitiva soluzione del problema. È evidente che sgomberare i detriti non basta, se non si riesce ad individuare la causa di quella collina che frana, ed a porvi rimedio.
I tecnici hanno maturato la convinzione che a rendere franoso il versante della collina sia un laghetto ubicato a monte, ed alimentato da diverse sorgenti sotterranee, che si disperdono poi sul versante franoso della collina. Essendo questo composto in prevalenza da argilla, quando, durante la stagione invernale, l’acqua della falda alimentata dal lago, incontra quelle che restano nel terreno per le piogge, indebolisce l’argilla che scivola verso valle.
Sono dunque necessarie opere urgenti di sistemazione idraulica, per le quali c’è anche un progetto: ma il problema è attuarlo prima della prossima stagione invernale. Con l’approssimarsi della primavera e quindi dell’estate si spera che l’argilla si rassodi. Ma occorre approfittare delle stagioni secche per realizzare i lavori di sistemazione idraulica e scongiurare il rischio che il versante argilloso venga nuovamente esposto all’inclemenza della stagione invernale. E non è detto che i finanziamenti siano sufficienti, tenuto conto che – visto il perdurare della pioggia – sono provvisorie sia le stime della massa di detriti che va rimossa, sia quella relativa ai danni.
È evidente che c’è stato un ritardo nell’affrontare il problema: la collina frana da almeno quattro anni; il laghetto è sempre lì, insomma si poteva e si doveva pensare prima alle soluzioni necessarie per affrontare la questione in modo definitivo.
Buone notizie giungono anche da Celle San Vito, il più piccolo comune pugliese della terraferma, anch’esso da qualche giorno isolato dal resto del mondo per la frana che ha interrotto la strada provinciale che collega il piccolo centro abitato a Castelluccio Valmaggiore. L’impresa incaricata dalla Provincia della esecuzione dei lavori di ripristino ha aperto il cantiere. I lavori dovrebbero durare una ventina di giorni, ma anche in questo caso si dovrà fare i conti con il meteo. Se piove l’impresa non può lavorare, e il termine per l’ultimazione della sistemazione slittano. L’Ente di Palazzo Dogana ha stanziato mezzo milione di euro: ma anche in questo caso si tratta di un provvedimento tempore. Non è la prima volta infatti che la strada provinciale126 è interessata da episodi di frane e di smottamenti. I lavori appaltati consentiranno il ripristino della sede stradale, praticamente spazzata via dal fronte della frana che misura una trentina di metri. Poi bisognerà attrezzarsi per impedire che episodi del genere possano ripetersi, ma qui torniamo al discorso di sempre: il dissesto idrogeologico in Italia è una sorta di terra di nessuno in cui si procede senza competenze precise. È emblematico proprio il caso della Campania, per per affrontare l’emergenza ha dovuto nominare un commissario. La questione andrebbe invece capovolta, perché il dissesto idrogeologico non costituisce qualcosa di eccezionale da affrontare con gli strumenti dell’emergenza, ma è purtroppo la norma.

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One Comment leave one →
  1. Nico Baratta permalink
    2 aprile 2010 23:31

    Non voglio neanche pensarci. L’immondizia?
    Piuttosto rendiamoci conto dei ritardi burocratici che dovrebbero alleviare le sofferenze del Territorio.
    Se tutto va bene bisognerà attendere ancora, e si spera, circa 40 giorni.
    Il Governo ha bocciato la richiesta di “calamità naturale”.
    La Regione Campania attende l’insediamento del nuovo Presidente, Caldoro, per stanziare i 38 €/mln dei fondi FAS da presentare al CIPE.
    E mentre il Sindaco di Panni, con responsabilità, mobilita decine e decine di persone per arginare le aree interessate dalla frana, a Roma tutto tace.
    Tacciono l’illustre menti politiche di Capitanata che a Montecitorio sono remunerati con i soldi dei contribuenti.
    Tacciono le forze politiche di Capitanata che non incidono sulla classe dirigenziale nazionale.
    Un lembo di terra, quella del Subappennino sta per scomparire, si sgretola e con essa chi ci vive, chi la lavora guadagnandosi il pane quotidiano, oltre che ad abitarci.
    Le forze politiche di Capitanata, senza mostrare i colori, insieme dovrebbero dar voce alle richieste/proteste di un popolo che vuole sopravvivere, ripristinando la loro terra.
    Ripristinare innanzitutto la messa in sicurezza dello stato fisico del Subappennino.
    Ripristinare la viabilità che, oltre ai disagi, regredisce quella terra nella totale mancanza di economia già sofferente e priva di collegamenti dignitosi e totalmente fruibili.
    E poi ci lamentiamo che qualcuno dica: «Che, vai in Terronia?».

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