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Indipendentemente dai risultati elettorali, la democrazia ha già perduto

28 marzo 2010

È successo di tutto: dalla valanga di manifesti abusivi (ed illegali), alle polemiche tra testate e candidati, dalla par condicio negata, alle risposte mai date ai veri problemi del territorio. Il ruolo di Facebook e della rete.

Non ci è piaciuta, la campagna elettorale che si è appena conclusa. Troppo convulsa, troppo priva di un confronto vero tra programmi ed idee, troppo orientata su ciò che è stato, piuttosto su ciò che sarà. Non ci è piaciuto neanche l’atteggiamento che hanno mantenuto giornali e televisioni locali, l’informazione locale in generale.
Partiamo da un assunto che non ci stancheremo mai di ripetere. In una democrazia, la campagna elettorale dovrebbe essere un momento sacro, in cui i candidati esprimono le loro idee, i loro progetti, le loro proposte per affrontare i problemi che travagliano la comunità. Agli organi di informazione spetta il compito da un lato di segnalare i problemi, cogliendo le istanze e gli umori della popolazione, e dall’altro di mettere l’elettore di poter serenamente giudicare la coerenza tra le cose che un candidato dice di voler fare, e la concreta possibilità che le faccia, alla luce della concreta praticabilità di quelle idee e del vissuto del candidato. La campagna elettorale è insomma il luogo temporale in cui i candidati assumono degli impegni; i giornali verificano l’attendibilità dei candidati; gli elettori si fanno una opinione, in modo da poter esprimere il loro voto con la massima coscienza.
Non ci vuole molto per accorgersi che niente di tutto questo è accaduto nella campagna elettorale che prelude all’elezione del governatore e al rinnovo del consiglio regionale fino al 2015. Più che confrontare idee e programmi, i candidati presidenti si sono scambiati veleni e reciproche accuse. Si è parlato del passato, piuttosto che del futuro. I giornali e le televisioni si sono nella migliore delle ipotesi limitati a registrare quanto succedeva. Oppure a portare avanti personalissime battaglie con domande al vetriolo ai candidati che troppo spesso si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Non ci hanno nemmeno appassionato più di tanto le polemiche tra alcune testate ed alcuni candidati, costellate anche da incidenti di percorso come interviste negate e spintoni che da una parte si dice d’aver ricevuto e dall’altra parte si nega di aver dato. Che tristezza.
Indipendentemente da chi vincerà la sfida elettorale di oggi e domani, questa vigilia già dichiara una sconfitta: la democrazia ha già perduto.
Quanto a noi, abbiamo preferito mantenere in questa campagna elettorale un profilo basso. Abbiamo – come già facemmo in occasione delle elezioni amministrative dello scorso anno – portato avanti una dura battaglia contro le affissioni selvagge, ritenendo che la legalità debba essere una precondizione di base che i candidati devono rispettare. Anche per le regionali, abbiamo assistito al grottesco spettacolo di candidati che inseriscono tra i loro slogan programmatici l’impegno alla tutela della legalità (e già questo suona sospetto: la legalità non va né tutelata, né perseguita, ma osservata, rispettata e punto) ma poi se ne infischiano delle regole dando mandato ai loro attacchini di sporcare la città oppure di affiggere i loro manifesti in spazi non consentiti.
Abbiamo posto, purtroppo inutilmente, una ed una sola domanda: che cosa intendete fare per la frana che da settimane sta paralizzando i collegamenti tra la Puglia e la Campania, e più in generale per  affrontare il drammatico problema dei dissesto idrogeologico (che è, tra l’altro, la più grossa e la più rimossa questione che riguarda direttamente la Capitanata)?
Non abbiamo dato spazio ai comunicati dei candidati, esercitando quel ruolo di vigilanza di cui abbiamo detto prima, e ravvisando che nella stragrande maggioranza dei casi quei comunicati – invece copiosissimamente ripresi nei tiggì televisivi – propalavano aria fritta, e mai concrete idee, concreti impegni.
Dobbiamo, per inciso, rilevare che un’altra grande vittima della campagna elettorale è stata la par condicio, che non va intesa soltanto come strumento con cui si creano pari opportunità di accesso ai mezzi di comunicazione di massa a vantaggio delle liste o dei candidati presidenti, ma – a nostro avviso – deve offrire pari opportunità di accesso ai media a tutti i candidati. C’è una troppo stretta coincidenza – anzi diremmo un’assoluta specularità – tra i comunicati stampa che vengono diffusi nei tiggì, le presenze dei candidati nei diversi salotti televisivi e gli annunci elettorali (pubblicitari, e a pagamento) dei candidati che vanno in onda prima e dopo le diverse edizioni del telegiornale. E’ appena il caso di sottolineare che la legge prevede una rigorosa distinzione tra gli spazi a pagamento sui mezzi do comunicazione e l’accesso ai telegiornali ed ai giornali. Questi ultimi dovrebbero essere garantiti a tutti. Ma quanti candidati ne sono stati di fatto esclusi? Quanti candidati, sapendo che le cose stavano così, non hanno neanche voluto investire risorse reclutando un addetto stampa? Quanti candidati, in definitiva, sono rimasti silenziosi, non perché volessero esserlo, ma perché sono stati ridotti al silenzio?
Tra i soli dati positivi di questa campagna elettorale c’è il ruolo (positivo) che in essa hanno avuto il social networking e in particolare Facebook: di fronte ad una politica sempre più asfittica dal punto di vista della capacità di “produrre democrazia”, la rete si sta manifestando un importante antidoto. Se non altro, svela che i cittadini voglio prendere parte, dire la loro.

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