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Adesso si litiga sul numero dei consiglieri regionali: 70 o 78?/ Puglia, una legge elettorale da buttare

3 aprile 2010

Colpevoli sia la vecchia maggioranza di centrodestra (che l’ha partorita), sia quella di centrosinistra (che non l’ha modificata). Ed è la legge più misogina d’Italia.

L’abbiamo sempre detto, e già in tempi non sospetti. Quella della Regione Puglia è una brutta, anzi pessima, legge elettorale. Confusa, attenta più a tutelare la “casta” che non la governabilità della regione, e così aggrovigliata da non consentire neanche la certezza dei risultati. Per amor di verità, va detto che il “merito” di questa legge va ascritto soprattutto al centrodestra, che era in maggioranza quando essa fu varata. Ha le sue responsabilità anche il Pd che, attratto dalla suggestione bipolaristica, nulla ha fatto perché essa potesse venire emendata, e migliorata, colmandone le vistose lacune, prima tra tutte quella relativa alla parta tra i sessi, che nella legge è definita in modo vago e semplicistico e soprattutto senza garantire che la pari opportunità venga mantenuta non soltanto all’atto delle candidature (ma per quanti non rispettano la norma c’è solo una multa) ma anche a quella della elezione. Il risultato è che su 70 o 78 consiglieri regionali le donne elette sono soltanto due: un brutto biglietto da visita per l’assise di una Regione che pure si presenta come modello di rinnovamento, di pari opportunità e di modernità.
Ma la legge elettorale pugliese ha stabilito un record che difficilmente potrà essere eguagliato: quello di non riuscire a dare certezza né al numero, né all’identità dei consiglieri eletti. Il “pasticcio” è determinato dalla divergenza tra quanto stabilito dalla legge elettorale regionale, che attraverso la possibilità che scatti oltre al premio di maggioranza anche quello di governabilità, di fatto sancisce l’ipotesi di un consiglio regionale composto da 78 consiglieri, e lo statuto regionale, che invece fissa a 70 il numero dei consiglieri.
Per inciso, va rilevato che la colpa del pasticcio è comunque del consiglio regionale che avrebbe potuto (e dovuto) modificare lo statuto nel senso indicato dalla legge, che lo stesso consiglio si era dato, peraltro all’unanimità.
Il busillis è nato a seguito della presenza di tre coalizioni: i primi 56 seggi con il metodo proporzionale, ed i successivi 14 come premio di maggioranza alla coalizione che sosteneva il presidente Vendola, succede infatti che la maggioranza abbia 39 seggi (escluso quello di Vendola), e la minoranza (centrodestra e centro) 30 seggi. In questo caso, la legge elettorale regionale prevede che scatti un ulteriore premio a vantaggio della maggioranza (appunto, il cosiddetto premio di governabilità) che porta complessivamente a 78 il numero dei consiglieri, in modo da assicurare il 60 per cento dei seggi consiliari alla maggioranza, e il 40 per cento all’opposizione.
Come sempre succede nel teatrino della politica, è insorto il centrodestra (che aveva proposto e fatto approvare la legge regionale), e ne è venuto fuori un pandemonio che chissà quando verrà risolto. Nella migliore delle ipotesi, non prima della metà di aprile, quando l’ufficio centrale regionale presso la Corte d’Appello di Bari proclamerà gli eletti, confermando o meno l’interpretazione della Prefettura di Bari che ha sancito l’applicabilità del premio di governabilità.
Ma c’è da giurare fin d’ora che gli insoddisfatti si rivolgeranno al Tar, e poi al consiglio di stato, con tanti saluti a quella governabilità di cui i pugliesi hanno bisogno, e che la pasticciata legge elettorale voleva tutelare.
I sostenitori della tesi dell’inapplicabilità della legge elettorale sostengono che una legge regionale non può modificare quanto sancito dallo Statuto regionale. È verissimo in base al  principio della cosiddetta “gerarchia delle fonti” lo statuto è una legge superiore e come tale non può venire modificato da una legge “ordinaria” approvata dal consiglio regionale, che avrebbe dovuto contestualmente approvare una modifica allo Statuto.
Ma è vero anche che la pedissequa applicazione combinata dello Statuto e della legge elettorale regionale non garantisce la copertura della quota del 60 per cento dei seggi spettanti alla maggioranza, ampiamente sancita dall’ordinamento elettorale dello Stato.
Il cerino acceso sta adesso nelle mani della Corte d’Appello che dovrà pronunciarsi in materia, e non è escluso che l’ufficio centrale possa rivoluzionare quanto deciso dalla Prefettura di Bari, percorrendo una terza strada: la riduzione dei consiglieri da 78 a 70, ma la distribuzione dei seggi tra maggioranza minoranza in modo che venga comunque salvaguardata l’attribuzione del 60 per cento dei seggi alla maggioranza. La decisione in un modo o nell’altro susciterà malcontento e darà adito a ricorsi e controricorsi. Capito, in che razza di casino si è cacciato il (poco) solerte legislatore regionale?

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