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Energia pulita. Anzi no.

7 maggio 2010

Eolico, fotovoltaico, e adesso anche gli idrocarburi. Capitanata terra promessa dell’energia alternativa e non. Ma chi ci guadagna?

Mentre la società civile di Capitanata scende in piazza per dire no alle ricerche di idrocarburi nel mare delle Tremiti e ai parchi eolici off shore che dovrebbe sorgere a corolla del Gargano, esplode a Sant’Agata di Puglia lo scandalo dell’eolico: il parco realizzato sulle colline che attorniano il paesino appenninico “bandiera arancione” per la sua qualità ambientale sarebbe illegittimo, in quanto costruito senza le regolari autorizzazioni amministrative. C’è un latente “conflitto d’interessi” in materia energetico-ambientale: da una parte la gente, dall’altra la Pubblica Amministrazione che rilascia permessi ed autorizzazioni. Non è cosa di poco conto, perché qua sembra che la comunità vada da una parte e la politica dall’altra. L’una forse incapace di comprendere l’altra, e viceversa.
È giunto il momento di guardare in faccia la realtà, di porsi seriamente il problema dello sviluppo della Capitanata, di capire fino a che punto talune scelte siano o meno compatibili con le vocazioni del territorio, e regolarsi di conseguenza. L’importante, mai come in questo caso, è però scegliere consapevolmente, superando la logica del “tutto fa brodo”.
La provincia di Foggia può diventare una terra promessa per la produzione del bene che è forse oggi quello più richiesto dal mercato: energia, e in buona parte da fonti rinnovabili, e su questo non ci piove. Ma è altrettanto chiaro che esiste un limite alla compatibilità delle scelte. Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Tanto per dirne una, mentre l’installazione delle pale eoliche ha un impatto tutto sommato limitato sulla superficie di terreno destinata all’agricoltura (si può comunque continuare a coltivare nel terreno circostante la pala), non è lo stesso per la produzione di energia fotovoltaica, in quanto i pannelli solari coprono del tutto la superficie agricola. Un agricoltore che sceglie di affittare il suo campo a imprese che producono energia fotovoltaica in pratica decide di cambiare mestiere, perché sul quel campo non potrà mettere a coltura più niente.

PARCHI EOLICI OFF SHORE: E SE I TURISTI DICONO DI NO?
Le altre valutazioni da fare riguardano l’impatto paesaggistico degli impianti. È vero che un parco marino off shore non produce significative alterazioni ambientali, ma siamo sicuri che chi sceglie una spiaggia per fare il bagno in uno specchio di mare pulito continuerà a farlo anche quando in lontananza, in mare, si ergeranno le torri eoliche? Il turismo vive di un marketing territoriale complesso, sulle mutevoli suggestioni dell’immaginario collettivo: ci vuole molto per portare un’area tra le mete più ricercate e ci vuole molto meno per farla crollare. E qui parliamo di Gargano, ovvero di una delle meraviglie del mondo, giudicata tale dal New York Times proprio perché è ancora incontaminato.
Un discorso a parte meritano le paventate ricerche di idrocarburi nei pressi delle Tremiti. A nostro giudizio il problema è stato fino ad oggi mal percepito da parte del Ministero dell’Ambiente. Il problema non è se autorizzare o meno le ricerche, e se le ricerche stesse comportino o meno trivellazioni del fondo marino, oppure soltanto l’utilizzo di strumenti elettromagnetici (che comunque hanno lo stesso un rilevante impatto ambientale, come dimostrano i casi dei cetacei che sempre più spesso perdono l’orientamento nell’Adriatico). Il problema da porsi oggi riguarda soprattutto il domani. Ammettiamo pure che le ricerche siano incruente: ma cosa succederebbe se il petrolio venisse effettivamente trovato?
Non pensiamo che la Petroceltic abbia chiesto al Ministero dell’Ambiente l’autorizzazione a cercare il petrolio per puri scopi scientifici. Se intende esplorare, è perché una possibilità di trovare un giacimento esiste. E una volta che il petrolio venisse trovato che succederebbe? Potrebbe il Governo negare l’autorizzazione alla coltivazione degli eventuali pozzi petroliferi, una volta concesse le autorizzazioni alla ricerche?

PETROLIO ALLE TREMITI: LA PERCEZIONE SBAGLIATA DEL MINISTERO DELL’AMBIENTE
Fin qui la questione ambientale. Che a ben vedere è perfino marginale rispetto a quella che riguarda l’impatto economico e produttivo suscitate dalle scelte che a diversi livelli si vanno maturando e che la Capitanata sta subendo, più che metallizzando attraverso un confronto, una riflessione. È tra l’altro questo aspetto, a nostro avviso, quello più trascurato, nonostante rappresenti il cuore del problema. Nel blog del Quotidiano di Foggia (quotidianofoggia.wordpress.com) abbiamo in questi giorni ospitato un interessante confronto sulla possibile ricaduta economica dell’eventuale petrolio alle Tremiti. In linea puramente teorica, la ricchezza prodotta dalla coltivazione dei pozzi petroliferi potrebbe essere superiore a quella attualmente garantita dal turismo. E lo stesso ragionamento vale per l’eolico, per il fotovoltaico. È giusto dunque che sia valutato anche l’impatto generale comportato da alcune scelte sotto l’aspetto economico e produttivo: l’impatto ambientale potrebbe rivelarsi il male minore, se fosse adeguatamente controbilanciato da ricadute economiche ed occupazionali rilevanti. Ma è effettivamente così?
Si tratta di misurare. Seriamente, e non per partito preso. In questo caso, i piatti della bilancia non sono due ma tre: 1) L’impatto ambientale provocato dalla installazione degli impianti per la produzione di energie rinnovabili e non, e le loro possibili ripercussioni negative con le altre attività economiche del territorio; 2) la ricchezza complessiva prodotta dagli impianti; 3) le ricadute economiche ed occupazionali, ovvero quanta, della ricchezza prodotta dagli impianti, è destinata a restare in loco.
Per quel che riguarda il primo aspetto, è di assoluta evidenza che l’impatto può essere leggero in alcuni casi, ma devastante in altri. Un turista può anche scegliere di trascorrere la vacanze su un litorale circondato da torri eoliche, ma è difficile che scelga di andare alle Tremiti, se a due passi dovesse sorgere una piattaforma petrolifera. Alcune scelte mettono insomma in discussione seriamente e forse irreversibilmente le vocazioni, le attitudini e l’identità stessa del territorio. Certo, nell’era della globalizzazione si possono anche cambiare identità, vocazioni, attitudini: ma bisogna esserne coscienti, e bisogna che ne valga la pena.

I TRE PIATTI DELLA BILANCIA DELLO SVILUPPO
E questo ci introduce al punto 2), che è il più vischioso. Alla Petroceltic, così come alle società che producono energia da fonti rinnovabili, quel che importa è il profitto. Il problema è che il profitto calcolato dal punto di vista di una multinazionale è cosa ben diversa dal profitto calcolato dal punto di vista del territorio. Poniamo il caso (puramente ipotetico e comunque alquanto improbabile) che le ricerche vengano effettuate, che diano esito positivo, che vengano installate le piattaforme, e che sia anche soddisfacente la ricaduta per un territorio che però, a questo punto, ne risulterebbe profondamente modificato. La domanda che nessuno si pone è: quanto durerebbe la cuccagna? I pozzi non durano una vita, il territorio sì: e quando è modificato, lo è per sempre, o almeno per generazioni e generazioni.
Tutto questo per dire che occorrono dati certi, occorre un confronto consapevole, e alla luce del sole. Soprattutto per rispondere al quesito di cui al punto 3): quanta, della ricchezza prodotta dagli impianti, è destinata a restare in loco? Sgombriamo il campo da un equivoco. Non siamo più negli anni Sessanta, quando la scoperta di ricchissimi giacimenti metaniferi nelle viscere dell’Appennino Dauno alimentò la speranza che l’energia rinvenuta nel sottosuolo potesse suscitare localmente la nascita di un indotto industriale. Per alcuni versi fu così, ma si trattò di uno scambio: le partecipazioni statali giunsero in pompa magna in Capitanata avviando la tanto desiderata industrializzazione, ma il prezioso gas finì altrove. Va detto che non tutto quel che la Capitanata ottenne in quel memorabile braccio di ferro con il Governo fu un affare: dobbiamo a quella stagione l’insediamento del petrolchimico a Manfredonia, che infranse le speranze di valorizzazione turistica (corsi e ricorsi della storia…) del comprensorio sipontino.
Va in ogni caso dato atto alla classe dirigente dell’epoca (sia politica che sindacale) ed alla società civile che scese in piazza con un ardore incredibile (in trentamila sfilarono dalle colline dell’Appennino a Foggia, per chiedere che il metano fosse utilizzato qui, e non altrove), che il risultato di quella iniziativa politica e sindacale e di quella lotta di piazza consentì uno sviluppo economico altrimenti impensabile.

DAL BUSINESS DELL’ENERGIA SOLO BRICIOLE AL TERRITORIO
Oggi il contesto è diverso. La Capitanata è ampiamente autosufficiente dal punto di vista energetico. Si ragiona quindi di un surplus energetico che viene peraltro prodotto e venduto da privati. Le reti di distribuzione dell’energia sono tali che quel che viene prodotto in un certo posto può essere distribuito praticamente in tutto il mondo, senza costi aggiuntivi.
Le possibili ricadute economiche ed occupazionali sono quindi determinate da un lato dal pagamento delle eventuali royalties e dei canoni di fitto, da parte delle aziende che gestiscono gli impianti, e dall’altro dalla manodopera necessarie per la costruzione degli impianti e per la successiva gestione.
La domanda è così intensa che avrebbe potuto alimentare lo sviluppo di un indotto per la produzione di subforniture: ma la felice intuizione dell’Assindustria non ha trovato fino ad oggi risposte particolarmente confortanti. Royalties e canoni rappresentano le briciole di un business, dalla cui sostanza il territorio sembra tagliato fuori. Certo le royalties incassate dai comuni rappresentano una preziosa boccata di ossigeno per bilanci comunali che stanno diventando sempre più asfittici, e i proventi così incassati dalle amministrazioni si trasformano in benefit per i cittadini. La questione è verificare, dati alla mano, se il gioco vale veramente la candela: e questa verifica non può restare compito degli specialisti in calcoli del rapporto costi/benefici. Dev’essere il frutto di un confronto aperto, il più possibile sereno e costruttivo, da amministratori ad amministrati, tra istituzioni e cittadinanza.
Geppe Inserra

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