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Ancora schiavisti nel Tavoliere / In manette cinque persone

29 maggio 2010

Facevano venire ragazze dalla Romania proponendo lavoro nei campi, poi le avviavano alla prostituzione. Tra gli arrestati un nome eccellente della malavita locale.

Sembrava la trama di un film, ed invece era un racconto vero. Un racconto di dolore, sfruttamento, schiavitù che racconta una storia ordinaria, una storia come le tante che la cronaca del Tavoliere consegna ai giornali. L’ennesima vicenda di schiavitù che vede vittime quanti scelgono di venire in Italia con il miraggio di un lavoro o almeno di un’esistenza dignitosa, ed invece incappano nelle grinfie di sfruttatori biechi e senza scrupoli.
A raccogliere questo racconto tanto incredibile quanto drammatico sono stati i Carabinieri di Apricena, le cui successive indagini, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari hanno permesso di identificare e sgominare una organizzazione criminale dedita al traffico di braccia, e non solo. Sei gli ordini di cattura emessi dai magistrati inquirenti: a finire in carcere sono state cinque persone (tre italiani e due rumeni); la sesta, un altro rumeno, è riuscita a sfuggire all’arresto e viene attivamente ricercata.
La banda gestiva un traffico di immigrati dalla Romania: uomini e donne fatti giungere in Italia per la raccolta del pomodoro o altri lavori agricoli. Non tutti, però: alcune ragazze, le più “vocate” venivano avviate alla prostituzione, contro la loro volontà,, oppure venivano utilizzate come merce di scambio per ottenere commesse di lavori agricoli.
Le accuse nei confronti degli indagati sono pesantissime: riduzione in schiavitù, sfruttamento della prostituzione, estorsione e ricettazione.
La indagini sono scattate, come abbiamo già detto, proprio a seguito del racconto di una delle vittime di questo losco traffico, una giovane donna rumena, che si è rivolta ai Carabinieri per denunciare quanto le era accaduto.
La donna era giunta in Italia accogliendo una proposta di lavoro di due suoi connazionali che vivono ad Apricena, Valentin Onica, 33 anni, e Constantin Onica, 21. La promessa era di farla lavorare nei campi, e così è stato almeno durante i primi giorni della sua permanenza in Italia. Poi i due hanno gettato la maschera. L’hanno privata dei documenti, in modo che non potesse scappare, e l’hanno obbligata a prostituirsi con clienti che erano i due stessi rumeni a procurarsi. I due trattenevano tutto il ricavato degli incontri sessuali organizzati e subiti dalla sfortunata ragazza.
A dicembre del 2008, i due sono partiti per la Romania assieme alle loro famiglie, lasciando la donna sola e senza un tetto. Lo stato di abbandono e la disperazione hanno spinto la vittima a recarsi dai Carabinieri ed a denunciare la turpe storia. Sono scattate così le indagini che hanno permesso di venire a capo di un’organizzazione che andava ben oltre i due rumeni. Si trattava di una vera e propria rete, che reclutava in Romania  braccia per lavorare nei campi del Tavoliere e che selezionava tra gli immigrati giovani donne che potevano essere avviate all’esercizio del più antico mestiere del mondo.
I braccianti non se la passavano molto meglio delle donne, costrette a vendere il loro corpo per strada o in appartamenti gestiti dal racket. Erano infatti anch’essi sottopagati, sfruttati e privati dei documenti, in modo che non potessero ribellarsi.
Tra gli arrestati c’è anche un nome di primissimo piano della malavita locale: Giuseppe Padula, 44enne, condannato all’ergastolo assieme al fratello Vincenzo, di 47 anni, per l’omicidio degli allevatori di Apricena Michele e Matteo Russo, padre e figlio, scomparsi il 2 novembre 2001 e ritrovati nell’agosto 2009 in un inghiottitoio di San Marco in Lamis, nel Gargano, con altri due cadaveri. Giuseppe Padula era a piede libero, come suo fratello, libero per scadenza dei termini di custodia cautelare. L’inghiottitoio è ritenuto dalla Dda di Bari il cimitero della mafia garganica.
Walter De Simone

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