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Riecco la faida del Gargano / Ucciso un altro Romito

29 giugno 2010

Michele era il figlio di Franco Romito, abbattuto l’anno scorso a Siponto. Ferito gravemente lo zio, scampato qualche mese fa ad una bomba

Aveva ragione il questore di Foggia, Bruno D’Agostino, quando nel suo discorso di commiato (passerà le consegne tra qualche giorno, il primo luglio prossimo, a Maria Rosaria Maiorano) pur commentando i risultati positivi ottenuti dall’applicazione del “metodo Caserta” a Foggia, aveva invitato a non abbassare la guardia, soprattutto per quanto riguarda la lotta alla mafia garganica.
Le lupare sono tornate a sparare, a Manfredonia, uccidendo un esponente di primissimo piano dei clan la cui faida da anni sta insanguinando la Montagna del Sole.
Sotto i colpi dei killer è caduto domenica sera nella periferia della città Michele Romito, 23 anni, manfredoniano, figlio di Franco l’allevatore di 43 anni anche lui rimasto vittima di un omicidio, il 21 aprile del 2009. Nel corso dell’agguato è rimasto seriamente ferito anche lo zio della vittima, Mario Luciano Romito, di 43 anni, sorvegliato speciale, tra i principali imputati nel maxi-processo alla mafia garganica, con l’accusa di essere tra i capi dei clan, accusa dalla quale venne assolto, assieme al fratello Franco.
È possibile che fosse proprio lui. Mario Luciano, la vittima designata dal commando: l’uomo era già sfuggito alla morte il 18 settembre scorso quando era stato fatto oggetto di un attentato dinamitardo mentre si stava recando, in compagnia del fratello Ivan, presso la caserma dei carabinieri dove aveva l’obbligo di firma.
La dinamica dell’agguato è quella che già troppe volte si è vista durante l’interminabile faida. I due uomini viaggiavano a bordo di una Lancia Y 10 lungo viale Padre Pio, alla periferia dell’abitato della città sipontina (è la strada che porta a San Giovanni Rotondo). Alla guida c’era il giovane: a Mario Luciano è stata sospesa la patente a causa del suo status di sorvegliato speciale, ed in passato era stato arrestato in un paio di circostanze dalle forze dell’ordine che lo avevano sorpreso alla guida di auto. Se i killer avevano effettivamente intenzione di ammazzare lui, è stata proprio questa circostanza, probabilmente a salvargli la vita. Secondo le prime ricostruzioni dell’accaduto svolte dagli investigatori, il veicolo è stato affiancato, dal lato del conducente, da un’auto a bordo della quale dovevano trovarsi almeno tre persone. Dall’interno dell’abitacolo sono partite diverse scariche di pallettoni, che hanno ucciso praticamente sul colpo Michele Romito, investito in pieno dalla pioggia di proiettili.
Lo zio si è invece abbassato sul sedile, ma è stato lo stesso raggiunto da diversi proiettili. I killer hanno inseguito l’auto dei Romito per circa duecento metri, fin quando questa non è uscita fuori strada. A questo punto si sono dileguati, facendo perdere le loro trecce. Pur gravemente ferito, Mario Luciano Romito è sceso dall’auto e si è dato alla fuga nelle campagne vicine. È attualmente ricoverato in prognosi riservata presso l’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo, ma non dovrebbe essere in pericolo di vita. Impressionante il volume di fuoco che è stato utilizzato durante l’assalto: sull’asfalto sono stati recuperati 26 bossoli appartenenti ad un fucile calibro 12, ad un kalashnikov e ad una pistola calibro 7.65. Sono stati eseguiti sette esami dello stub a carico di altrettante persone vicine alla famiglia rivale, nella sanguinosa faida, dei Libergolis.
Le indagini sono condotte dagli agenti del commissariato di polizia di Manfredonia e dai loro colleghi della Squadra Mobile di Foggia, ma è molto probabile che l’inchiesta venga avocata dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari.
La tesi più accreditata è che l’efferato fatto di sangue costituisca l’ennesimo capitolo della guerra di mafia che da tempo contrappone le due famiglie più in vista della criminalità organizzata garganica: i Romito da una parte, e i Libergolis dall’altra. Entrambi i clan – una volta alleati – sono finiti sul banco degli imputati nel maxi-processo (conclusosi con 46 condanne e 61 assoluzioni), secondo la tesi sostenuta durante il dibattimento dalla Dia, i Libergolis rappresentavano il braccio armato dell’organizzazione criminosa, mentre i Romito si occupavano, per così dire, delle relazioni pubbliche, mantenendo i contatti con imprenditori, esponenti dei pubblici poteri, e riciclando il danaro sporco.
Il tribunale non ha però riconosciuto interamente la validità dell’impianto accusatorio:  i capiclan della famiglia Libergolis – Armando, Matteo e Franco (quest’ultimo latitante) sono stati condannati in primo grado a pene oscillanti dai 27 anni all’ergastolo, mentre i Romito sono stati assolti, in tutti i gradi di giudizio.
Proprio le complesse indagini che portarono al maxiprocesso potrebbero essere state le ragioni della “rottura” tra le due famiglie. Durante il dibattimento è venuto fuori che alcuni esponenti del clan dei Romito erano confidenti dei carabinieri e li avrebbero aiutati anche a raccogliere prove contro gli alleati Libergolis.
Sarebbe stata questa la miccia che ha innescato una sanguinosissima faida, culminata nell’agguato di domenica sera, che rappresenta l’undicesimo omicidio dall’inizio dell’anno in provincia di Foggia.
La dinamica della sparatoria ricorda molto quella che il 21 aprile dell’anno scorso, a Siponto, provocò la morte di Franco Romito (padre di Michele ucciso l’altro ieri) e dell’amico Giuseppe Trotta che gli faceva da autista. In quella occasione furono tre i killer che fecero fuoco, e non vennero identificati.
Un mese dopo, il 23 maggio, due killer uccidevano a Manfredonia il disabile Andrea Barbarino di 28 anni, anche lui imputato nel maxi-processo (assolto) e amico dei Libergolis. Il 18 settembre come abbiamo già ricordato una bomba esplodeva a bordo dell’auto su cui viaggiavano Mario Luciano Romito e un familiare, che rimasero fortunatamente illesi.
Arturo Desio

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