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Faida del Gargano / Inquirenti convinti: Romito ucciso per vendetta

30 giugno 2010

Sette “stub” negli ambienti del clan avversario dei Libergolis, si attende il risultato delle analisi. Fuori pericolo lo zio della vittima, forse vero bersaglio del commando di killer

È ormai fuori pericolo Mario Luciano Romito, il 46enne di Manfredonia ritenuto un pezzo da novanta della malavita locale, ferito durante la sparatoria di domenica sera, che è costata la vita a suo nipote Michele, di 23 anni.
L’uomo, che probabilmente era il vero bersaglio del commando che ha fatto fuoco a colpi di lupara e kalashnikov, era stato raggiunto da diversi proiettili. A destare le maggiori preoccupazioni quello che lo aveva colpito al mento. È scampato all’agguato perché a guidare era il nipote. L’auto dei sicari ha affiancato quella a bordo della quale viaggiavano le vittime designate dal lato del conducente. Per Michele non c’è stato nulla da fare, mentre lo zio si è accovacciata sul sedile, evitando di essere raggiunto in pieno dalla micidiale pioggia di proiettili.
Seppur ferito, ha trovato la forza di scendere dalla macchina e di darsi alla fuga nelle campagne che circondano il punto in cui è avvenuta la sparatoria, all’estrema periferia della città sipontina, lungo la strada che la collega a San Giovanni Rotondo.
È la seconda volta che Mario Luciano Romito sfugge alla morte: un anno fa era scampato all’esplosione di un bomba, che mani ignote avevano introdotto nell’abitacolo della vettura con cui si stava recando al posto di polizia per firmare il registro dei sorvegliati speciali.
Gli inquirenti non hanno dubbi. Il tragico agguato di domenica sera è l’ennesimo capitolo della faida garganica, esplosa tra i due clan che governano la criminalità organizzata del promontorio: i Libergolis da un lato, i Romito dall’altra. Le due famiglie erano una volta alleate: i primi erano il braccio armato della mafia garganica, mentre i secondi si occupavano delle relazioni con il mondo economico.
La rottura sembra sia dovuta al maxiprocesso che ha visto sul banco degli imputati sia i Libergolis che i Romito: condannati i primi, assolti i secondi, che pare abbiano collaborato alle indagini, e sarebbe stata proprio questo fatto a scatenare il risentimento ed il desiderio di vendetta del clan un tempo alleato.
Gli inquirenti sono persuasi che è proprio questo desiderio di vendetta ad alimentare una faida che sta sempre più insanguinando la città sipontina ed alimentando timori sul pericolo che prima o poi possa scapparci anche qualche “morto innocente”.
Michele Romito era il figlio di Franco, l’allevatore di 43 anni assolto nel maxi-processo e poi morto ammazzato il 21 aprile del 2009, in un agguato davanti ad un esercizio che gestiva a Siponto, assieme al suo autista Trotta.
Le indagini hanno dunque imboccato la pista della vendetta: agenti della polizia e  dei carabinieri di Manfredonia hanno sottoposto a stub (una specie di stick di colla, che si passa sulle mani o sui vestiti di un sospettato, per rilevare la presenza di nitrati, possibili residui di uso di polvere da sparo) sette manfredoniani, tutti parenti o amici dei Libergolis. Per sapere se tra i sospettati si annidino i componenti del commando, bisognerà però attendere l’esito delle indagini condotte presso i laboratori della scientifica.
Oggi o domani dovrebbe invece essere eseguita l’autopsia sul cadavere di Michele Romito,  molto noto a Manfredonia: gestiva un bar centralissimo, proprio davanti alla sede del Comune, si occupava di un kartodromo e di un maneggio a Siponto, era particolarmente appassionato di cavalli.
Il giovane non aveva precedenti penali specifici né era stato coinvolto nelle inchieste giudiziarie di questi anni, ed anche per questo gli inquirenti ritengono che il vero obiettivo dei sicari fosse suo zio Mario Luciano. È possibile che le esequie si svolgano con rito privato: gli investigatori sembrano orientati in questa direzione, per evitare che la tangibile tensione possa svilupparsi ulteriormente.

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