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La storia / Morti anonime e clandestine che non finiscono mai

12 luglio 2010

Il treno che corre sulla linea adriatica Bologna-Bari, passeggeri ignari dal finestrino che cercano una ragione per quel rallentamento nei pressi di Orta Nova, dove si viaggia su un binario solo. La ragione è un fagotto informe di carne e di sangue, buttato là sul binario chiuso, e  pietosamente coperto da un lenzuolo bianco, fino a quando il magistrato competente non darà l’ordine di rimuovere il cadavere.
Una morte che resterà come mille altre: una morte che fa meno notizia del ritardo dell’Eurostar e forse neanche produrrà un cognome ed un nome, aggiungendosi  alla sempre più lunga teoria di vittime non identificate.
I morti sommersi, i morti destinati a restare clandestini come clandestini erano quando ti vivano a fianco, e non sapevi neanche come si chiamassero e da dove venissero.
L’ultimo cadavere della serie del terrore, quel fagotto schiantatosi sul binario opposto dopo l’urto con l’Eurostar ed un volo di decine di metri, appartiene ad una giovane donna di 35 anni, probabilmente di nazionalità rumena. Nel tardo pomeriggio dell’alto giorno stava attraversando i binari della ferrovia, a un paio di chilometri dalla stazione di Orta Nova, quando è stata travolta dal convoglio rapido che transitava in quel omento sulla linea. È morta sul colpo, e difficilmente si saprà perché.
Forse un attraversamento imprudente, o forse un disperato gesto d’amore. Chi la “conosceva” (ma non tanto da saperne il nome perché i clandestini sono come i fantasmi, li vedi e non li vedi) ha ricordato che un anno fa, suo marito fu ucciso sul ciglio della strada da un’automobilista pirata. Da allora la donna viveva sola in una masserie della campagna ortese, e manifestava sintomi di depressione e di disagio psichico.
Mentre le Ferrovie dello Stato stanno cercando di fare luce sull’esatta dinamica dell’impatto, gli investigatori soppesano le due tesi possibili: quella dell’incauto attraversamento dei binari, e quella del suicidio. O forse si è trattato semplicemente di un disperato desiderio d’amore, dall’insostenibile ricordo di quel compagno di vita strappatole via da un maldestro destino, che  ha voluto ripercorrere ed imitare.
Forse non lo sapremo mai.

Geppe Inserra

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