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Il comune ha intimato lo sfratto / Verso la chiusura il museo etnografico di Sannicandro

31 luglio 2010

Braccio di ferro tra la civica amministrazione e l’associazione che lo gestisce. Speriamo che alla fine prevalga il buonsenso

Facebook è una preziosa fonte di informazioni, nella misura in cui dà a tutti la possibilità di comunicare, di diventare emittente di notizie e di messaggi. Ma attenzione: i messaggi di Facebook non sono il verbo, e come ogni altra notizia od opinione va sottoposta ad una verifica.

Da Sannicandro Garganico è giunto in questi giorni un messaggio drammatico, che riguarda la possibile chiusura del Museo Storico Etnografico e della Civiltà Contadina ospitato nei prestigiosi locali di palazzo Fioritto, di proprietà comunale. Tanto ha deliberato il 2 luglio scorso la giunta comunale, intimando lo sfratto all’associazione che gestisce il museo e conduce i locali comunali, che dovranno essere sgomberati entro il prossimo 20 agosto. Mancando una sede alternativa, c’è il serio rischio che la collezione di reperti esposti presso il museo venga dispersa.

Secondo gli autori della denuncia su Facebook, “lo sgombero dei locali comporterebbe la distruzione dell’intera raccolta museale”. Di qui l’appello che nella nota viene rivolto “ai componenti la Giunta Comunale e a tutti i Consiglieri Comunali i quali sicuramente sono all’oscuro di questa richiesta assurda, perché prendano coscienza del significato e del valore culturale del Museo di S.Nicandro G.co e adottino tutti gli atti e le decisioni necessarie per la sua salvaguardia, tutelando in tal modo l’interesse della popolazione.”

UNA STORIA CHE PARTE DA LONTANO

“L’appello – conclude la nota – è rivolto non solo ai cittadini sannicandresi, ma a tutti. La presente viene diffusa, perché anch’essi difendano il Museo.”

La vicenda sannicandrese è particolarmente dolorosa, perché si fronteggiano due istituzioni che hanno particolarmente a cuore la cultura. Da un lato l’associazione del “Centro Studi ed Archeologici del Gargano”, promotrice del museo e dall’altro Costantino Squeo, sindaco della cittadina garganica, che è tra i più illuminati amministratori del centrosinistra, e tra i più sensibili alla cultura, per la quale la sua amministrazione ha fatto meno di quanto il primo cittadino avrebbe voluto, anche a causa della problematica situazione finanziaria del comune.

Il museo di cui si discute non è una istituzione qualunque, né una semplice raccolta etnografica: l’associazione “Centro Studi ed Archeologici del Gargano” ha al suo attivo importanti e prestigiose pubblicazioni di carattere scientifico, oltre che una collaudata esperienza di gestione museale.

Come si è arrivati dunque a questo punto? Tra l’amministrazione comunale e l’associazione è da tempo in atto un confronto che è diventato ad un certo punto un autentico braccio di ferro.

Tutto nasce dalla volontà dell’amministrazione di dare nuove forme di gestione alla struttura museale, come si legge in un comunicato dell’ufficio stampa comunale, “dentro una visione regionale e nazionale del museo” per attuare la quale la stessa amministrazione aveva proposto nuovi assetti gestionali al fine di “eliminare forme di precarietà e di incertezze nei rapporti fra questa Amministrazione Comunale e gli attuali gestori del Museo”.

Pare di capire che uno degli elementi di frizione riguardi la proprietà dei beni esposti. La collezione si è arricchita notevolmente in questi anni grazie alle donazioni effettuate dai cittadini, ma resta di fatto privata. A rendere ancora più turbolenti e difficili i rapporti tra l’amministrazione ed il museo c’è una istanza che l’associazione che lo gestisce ha recentemente presentato per partecipare al sistema museale dell’Area Vasta: nel questionario di autovalutazione che accompagna la richiesta, si sottolinea come “il patrimonio museale, tranne una pietra tombale, è di proprietà della presidente dell’associazione”.

Il comunicato al quale facciamo riferimento è stato diffuso molto prima che la situazione precipitasse, fino ad arrivare allo sfratto. Ma è particolarmente significativo perché racconta la storia di questo braccio di ferro giunto ormai quasi alla rottura.

TRA ASSOCIAZIONE E COMUNE UN DIALOGO TRA SORDI

Tutto è cominciato da quella che il comunicato definisce come “assoluta volontà”, da parte dell’amministrazione, di “definire in maniera diversa i rapporti con l’associazione che ha in cura l’inestimabile valore dei reperti raccolti in questi anni grazie all’aiuto di tanti cittadini che hanno donato pezzi importanti della propria storia personale da destinare esclusivamente alla pubblica fruizione.”

Il Comune ha quindi proposto all’ associazione di stipulare una convenzione (che è lo strumento che di norma regola i rapporti tra pubblico e privato) che definisse “in maniera chiara obblighi e diritti delle parti, come ad esempio i giorni di apertura del Museo, la catalogazione dei reperti, la rendicontazione della gestione, divulgazione e promozione delle attività, iniziative culturali, inserimento di un link sul sito internet istituzionale comunale.”

Nella bozza dell’atto si prevedeva anche un contributo che sarebbe stato mensilmente versato dal Comune all’associazione pari a 500 euro. Ma, stando a quanto si legge, appunto nel comunicato, “a nulla sono valsi gli sforzi e i tentativi dell’Amministrazione Comunale di chiamare il Centro Studi Storici ed Archeologici del Gargano a sottoscrivere tale atto”.

“Tale atteggiamento – aggiunge l’amministrazione – risulta essere assurdo e incomprensibile alla luce delle più volte manifestate esigenze di assicurare al Museo un futuro certo. Qualora tale comportamento dovesse protrarsi nel tempo, l’Amministrazione Comunale avrà il dovere di trovare altre soluzioni al problema.”

E tanto pare sia successo. In questo senso, va interpretata la delibera di sfratto.

Nel comunicato l’amministrazione ribadiva anche “che l’Ente intende solo disciplinare e valorizzare un patrimonio immateriale che appartiene alla collettività. Gli atti amministrativi di natura gestionale adottati sono funzionali a dare continuità all’attività museale, non a sopprimerla. Questa amministrazione, non altre, ha predisposto una convenzione, un regolamento gestionale. Questa amministrazione, non altre, ha investito e proposto somme certe e liquide svincolando il tutto da contributi a pioggia ed altro.”

LA CONVENZIONE MAI SOTTOSCRITTA

“Nella fitta corrispondenza intercorsa con l’Associazione non vi è alcun intento persecutorio né si prefigurano epurazioni. Nella vicenda in esame, pertanto, non ci sono vittime. Si perpetua, però, la concezione dell’Ente come terra di nessuno in cui tutti possono occupare spazi, ergersi a organizzatore ed animatore in esclusiva di servizi e beni collettivi.” Nel comunicato si adombra perfino l’ipotesi che i locali di palazzo Fioritto non siano mai stati assegnati o concessi all’associazione con un atto formale, con un provvedimento espresso. Comunque la si guardi è una brutta storia, che penalizza la cultura ed un patrimonio così importante com’è quello del museo.

Il merito di Facebook e dell’appello diffuso è, se non altro, quello di aver fatto diventare questa vicenda finalmente pubblica, perché tale dev’essere intesa. Le modalità di una struttura che ospita tanti frammenti di memoria e di storia affinché vengano offerti alla pubblica fruizione sono, appunto, e perdonate la ripetizione e la tautologia, qualcosa che attiene l’interesse pubblico e che va sottratto ai carteggi privati.

È evidente che l’esecuzione della sentenza di sfratto, in assenza di soluzioni alternative e data la titolarità dell’associazione rispetto ai reperti che formano il museo, equivale alla chiusura del museo, ed alla negazione della possibilità di fruizione pubblica di questa patrimonio. Ma è altrettanto evidente  che la pubblica amministrazione ha non solo il diritto ma anche il dovere di disciplinare i rapporti che la legano ad associazioni che usufruiscono dei beni comunali, tanto più quando si tratta di contenitori culturali.

Non possiamo che auspicare che in questa vicenda prevalga il buonsenso. Che il confronto riprenda, anzi che una volta per tutto cominci, semmai alla luce del sole, a carte scoperte da parte di tutti.

Geppe Inserra

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