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Ennesima morte bianca a Foggia / Ma sono vite spezzate, non numeri

4 agosto 2010

La vicenda dell’operaio rumeno orrendamente maciullato da un macchinario del conservificio Ar commentata da Geppe Inserra: non si può morire così.

Si può morire di lavoro, e troppo spesso accade, in una realtà economica e sociale dove tra precariato e lavoro interinale, la risorsa su cui poggia l’impianto costituzionale del nostro paese, è sempre più ridotta a merce. Ma non si può morire com’è successo l’altra notte Gheorghe Tacutu, rumeno di 25 anni che lavorava alle dipendenze dell’impresa appaltatrice dei lavori di pulizia presso il conservificio Ar di Incoronata. Una morte agghiacciante: il giovane è rimasto intrappolato con la gamba destra negli ingranaggi di una macchina per la trasformazione del pomodoro.

I compagni di lavoro non hanno potuto far nulla per estrarlo. È stato necessario attendere l’arrivo dei vigili del fuoco, che per tirare fuori il corpo ormai agonizzante di Gheorghe hanno dovuto letteralmente smontare l’apparecchiatura. Quando finalmente i pompieri hanno liberato l’operaio, questi aveva la gamba completamente maciullata, ed aveva perso tantissimo sangue. Il trasporto il ospedale è stato inutile: il lavoratore è morto poche ore dopo il ricovero.

Sull’ennesima morte bianca di Capitanata è stata aperta l’ennesima inchiesta. Si cerca di capire se il macchinario che ha intrappolato lo sfortunato operaio – un rullo trasportatore adibito alla lavorazione dei residui del pomodoro – fosse già funzionante, o se si sia messo improvvisamente in moto mentre l’operaio faceva il suo lavoro. Pare che gli ingranaggi si azionino automaticamente quando percepiscono un peso. Si è anche appreso che Gheorghe Tacutu  era regolarmente assunto dalla ditta appaltatrice, che ha sede a Parma.

Sull’episodio si registra anche la solita nota di cordoglio da parte sindacale, a firma della Flai Cgil, l’organizzazione di categoria dei lavoratori del settore agricolo ed agroalimentare. Il comunicato lascia intendere che all’origine del gravissimo incidente vi sia una scarsa conoscenza dell’ambiente di lavoro e dei rischi che esso comporta.

A parlare è Daniele Calamita, segretario della Flai Cgil, che giudica l’accaduto “un fatto grave e doloroso.” “Esprimiamo il nostro profondo cordoglio ai familiari del lavoratore rumeno – aggiunge l’esponente sindacale -. La scia di sangue che macchia il lavoro pare non aver fine anche nella nostra provincia, al punto che diventa retorico parlare di fatalità”.

Per la Flai Cgil “fatti come quello verificatosi presso l’industria AR, un sito dagli elevati standard tecnologici, confermano la necessità sempre sostenuta dal sindacato che occorre aumentare gli interventi formativi, sia rispetto all’uso delle macchine che alle misure di sicurezza”.

Ma è una sfida destinata ad essere combattuta ad armi impari fino a quando il lavoro viene considerato una merce che frutta ricavi più consistenti quanto meno costa. La disciplina che in Italia regola la sicurezza sul lavoro è molto severa: ma resta in gran parte disapplicata, come mostrano le statistiche, purtroppo sempre drammatiche delle morti bianche e degli infortuni sul lavoro.

Siamo seri. Come si può formare seriamente un lavoratore precario o interinale, che oggi lavora qui, e domani là? Come spieghiamo meglio in altra parte della pagina, il legislatore ha puntualmente regolato situazioni critiche come quella che è costata la vita all’operaio rumeno. Ma a quanto pare l’avvento del Duvri non ha granché modificato le condizioni del lavoro.

Il che porta all’amara conclusione che non si tratta di un problema giuridico, ma piuttosto di una questione prima di tutto etica, e poi culturale. Il lavoro non è una “cosa”, ma un’attività più o meno nobilitante, che viene svolta da uomini. Con la testa e con il cuore, prima ancora che con le braccia. Si tratta dunque di restituire al lavoro la sua centralità perduta, la sua dignità calpestata. Si tratta di diffondere una nuova cultura del lavoro, che si fondi sulla consapevolezza che il lavoro non può in nessun modo mettere a repentaglio la sicurezza e la salute di chi lo esegue.

I morti come il povero Gheorghe non sono una statistica, sono vite spezzate.

Geppe Inserra

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