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Oro rosso addio

3 settembre 2010

Il pomodoro era la coltura trainante dell’agricoltura dauna dopo la rivoluzione irrigua. I produttori alle corde, tra l’incudine delle manovre speculative degli industriali e il martello della concorrenza (sleale) del pomodoro cinese. Per i nostri coltivatori, è l’ennesima mazzata.

Deja vu. Tutto già visto, tutto già sentito. Siamo alle solite. Al braccio di ferro che puntualmente, ad ogni agosto, in coincidenza con la raccolta del pomodoro, oppone i produttori agli industriali. Ma quanto sta accadendo in questi giorni in Capitanata, capitale riconosciuta del cosiddetto “oro rosso” in Italia è particolarmente inquietante, perché coincide con un momento di particolare difficoltà per l’agricoltura, anzi a dirla tutto con una crisi senza precedenti.

Dopo il crollo del prezzo del grano e la vertenza delle quote latte, i coltivatori guardano alla stagione del pomodoro con la speranza che almeno i prezzi di questo prodotto offrissero una boccata d’ossigeno, e invece le cose non stanno andando così.

Le industrie di trasformazione pagano poco, pochissimo. Perfino di meno di quanto era stato concordato nei contratti interprofessionali: 6 centesimi al chilogrammo, anziché gli otto centesimi che erano stati pattuiti. Il motivo? Le aziende ritengono il prodotto scadente, e non lo ritirano. È appena il caso di sottolineare che se il prodotto non viene ritirato per tempo marcisce, e così spesso i produttori sono costretti, obtorto collo, a conferire i pomodori al prezzo imposto. Ovviamente gli agricoltori respingono l’accusa, sostenendo invece che il “pomodoro lungo” che si produce in provincia di Foggia (il 90 per cento della produzione nazionale) è tra i migliori del mondo, sicuramente di qualità maggiore rispetto a quello importato dall’estero, spesso aggirando le norme sulla “tracciabilità” dei prodotti.

Un altra cosa che non va giù ai coltivatori è il taglio che le aziende impongono sul peso del prodotto ritirato. Un camion trasporta in media 260 quintali di pomodori, ma le aziende pagano soltanto per 220 quintali, giustificandosi con il fatto che durante il trasporto il prodotto perde peso, in quando è sottoposto ad un naturale processo di essiccazione. C’è tra l’altro da dire che gli industriali stanno attuando nei confronti degli agricoltori un pressing consistente nel ritardare le operazioni di ritiro del prodotto, che provoca l’essiccazione, e lo scadimento.

I produttori restano così schiacciati tra l’incudine delle manovre speculative degli industriali e il martello della concorrenza (sleale) del prodotto che viene acquistato all’esterno. Qualcuno ha fatto i conti, e sostiene che per poter ottenere una remunerazione dal raccolto, sarebbe necessaria una resa elevatissima, pari a circa mille quintali ad ettaro. Quest’anno il raccolto è buono, ma si tratta di un obiettivo molto elevato, che di fatto solo poche aziende saranno nelle condizioni di raggiungere, mentre il resto non riuscirà neanche a rientrare nelle spese.

Lo ripetiamo, non è la prima volta che si ascolta questa querelle, che anzi si ripropone praticamente ad ogni stagione. Ma il malessere dei coltivatori è quest’anno assai più evidente ed acuto, in quanto coincide con un momento gravissimo per tutta l’agricoltura dauna, e pugliese.

La situazione è particolarmente critica in Capitanata, che è tra le maggiori produttrici di pomodoro d’Italia. sono circa trentamila gli ettari investiti. Negli scorsi giorni sull’evoluzione della vertenza si era diffuso un pacato ottimismo, dopo l’istituzione in Prefettura di un “tavolo verde” e la promessa dell’Anicav (l’associazione di categoria degli industriali conservieri aderente a Confindustria) di sensibilizzare gli associati affinché il ritiro del prodotto venisse accelerato.

Ma di concreto nulla si è mosso, e la tensione ha ripresa a salire dopo la fumata nera fatta registrare ieri mattina in Prefettura, pare a causa di un irrigidimento delle posizioni degli industriali. Il Prefetto incontrerà oggi i dirigenti dell’Ispettorato Agrario per individuare gli strumenti idonei ad uscire dalla situazione di eccezionale difficoltà.

Nel corso del “faccia a faccia” tra industriali e produttori ci sono stati momenti di acuta tensione soprattutto quando i rappresentanti delle industrie hanno affermato che stanno ritirando il prodotto al prezzo indicato dal contratto.

È arrabbiato sul serio il Presidente della Coldiretti Puglia, il foggiano Pietro Salcuni “Ci chiediamo di quale prodotto parlino. In realtà, l’allarme da noi lanciato già a partire dal mese scorso evidentemente non era privo di fondamento. Dopo le prime forniture di prodotto abbiamo riscontrato un comportamento vessatorio delle industrie, che sono arrivate a non ritirare finanche il 50% del prodotto, disattendendo di fatto il contratto. I trasformatori stanno sistematicamente e strumentalmente deprezzando il pomodoro pugliese, come se fosse di scarto, riconoscendo scarsi 60 euro a tonnellata a fronte degli 80 per il pomodoro lungo e altrettanto scarsi 40 euro a tonnellata a fronte dei 70 pattuiti per il pomodoro tondo.”

Quanti speravano che almeno il raccolto del pomodoro riuscisse a dare una boccata d’ossigeno ad un comparto alle prese con una crisi senza precedenti sono purtroppo costretti a rivedere le loro aspettative. Queste speranze avevano innescato consistenti investimenti da parte degli imprenditori , mentre questa ennesima crisi di mercato non fa che accrescere i problemi di liquidità delle imprese agricole. Per Salcuni. si tratta di “una campagna del pomodoro decisamente da dimenticare”. E per questo, il presidente della Coldiretti auspica che vangano azionate “tutte le misure e le forme che riescano ad assicurare un sostegno adeguato al reddito dei coltivatori, oltre ai controlli per garantire assoluta trasparenza all’interno dell’intera filiera.”

“Al danno si aggiunge la beffa, perché – spiega il Direttore della Coldiretti Puglia, Antonio De Concilio – il mancato ritiro del prodotto impedisce agli imprenditori agricoli di dimostrare le rese e, quindi, di percepire il premio comunitario accoppiato, il cui riferimento attuale è pari a 1.000 euro per ettaro. E chiaro che ci domandiamo quale pomodoro gli industriali stiano trasformando e quanto di questo sia prodotto importato.”

Perché il problema è che, mentre nelle campagne del Tavoliere, e non solo, si assiste a questo braccio di ferro tra i produttori e le industrie, negli stabilimento il prodotto viene regolarmente trasformato, autorizzando il legittimo sospetto che si tratti di prodotto ritirato all’estero, in barba alle norme che disciplinano il settore. Si teme che si tratti di pomodori coltivati in Cina, senza dunque la possibilità di accertarne la qualità e la rispondenza alle norme igienico-sanitarie.

Tecnicamente, i prodotti conservieri non fanno parte del paniere di quelli per i quali c’è l’obbligo della tracciabilità (ovvero di dichiarare da dove viene la materia prima) ma l’Italia si sta muovendo in questo senso. È stata decisa l’istituzione di una task force per aumentare i controlli, soprattutto in relazione alle importazioni di pomodoro dalla Cina, con il coinvolgimento del Ministero della Sanità e al contempo verrà portata in Consiglio dei Ministri e supportata politicamente a Bruxelles la proposta italiana di un regolamento comunitario che definisca l’obbligo di etichettatura dell’origine del pomodoro utilizzato nei trasformati.

Le cifre sono preoccupanti. Gli sbarchi di concentrato di pomodoro cinese in Europa, sono praticamente triplicati  (+174 %) nel primo trimestre del 2010 rispetto a quello precedente, dopo che lo scorso anno ne erano giunti in Italia dalla Cina ben 82 milioni di chili da “spacciare” come Made in Italy.

“Già a giugno è stato presentato – riferisce Giuseppe Grasso, Presidente di UNCI Coldiretti Puglia, presente, tra l’altro, alla riunione in Prefettura – il dossier elaborato dalla Coldiretti, UNCI Coldiretti e dalle industrie conserviere dell’Aiipa, sulle importazioni di concentrato di pomodoro cinese che sta invadendo i mercati mondiali a danno del vero Made in Italy. I pomodori conservati sono la prima voce delle importazioni agroalimentari dalla Cina, delle quali rappresentano oltre 1/3 in quantità (34 per cento) nel 2009. Peraltro la bilancia commerciale nell’agroalimentare è profondamente squilibrata con importazioni dalla Cina che sono state superiori di oltre tre volte alle esportazioni del Made in Italy nel paese asiatico”.

Una delle regioni italiane più colpite dal fenomeno del pomodoro importato risulta proprio la Puglia. La sola provincia di Foggia è leader nel comparto con 3.500 produttori che coltivano mediamente una superficie di 26 mila ettari, per una produzione di 22 milioni di quintali ed una P.L.V. (Produzione Lorda Vendibile) di quasi 175.000.000 euro. Dati ragguardevoli se confrontati al resto d’Italia con i suoi 55 milioni di quintali di produzione e i 95mila ettari di superficie investita: il 40 percento del pomodoro italiano viene proprio dalla Capitanata. Ma è una ricchezza che resta soltanto in minima parte nel territorio regionale soprattutto quando, come spesso successo, la fase della raccolta è caratterizzata da crisi di mercato: pur essendo investiti a pomodoro 32mila ettari di superficie in Puglia, la maggior parte degli stabilimenti di trasformazione – in totale 223 – sono fuori regione, in particolare, 134 in Campania e 32 in Emilia Romagna.

“È  evidente, dunque, – chiosa Grasso – il danno arrecato alle imprese agricole pugliesi e alle produzioni tipiche e di qualità regionali dalle 82.000 tonnellate di concentrato di pomodoro provenienti dalla Cina per produrre salse ‘italiane”. Entrato in vigore il 15 giugno 2006 il Decreto ministeriale relativo all’indicazione obbligatoria in etichetta dell’origine della passata di pomodoro, continua ad essere perpetrato un pericoloso inganno per i consumatori sul mercato globale dove il concentrato di pomodoro cinese fa concorrenza sleale al vero Made in Italy.”

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  1. Angelo Serafini permalink
    5 settembre 2010 10:00

    Salve,
    penso che tutto questo era già previsto sin da marzo in quanto si parlava già di prezzi e tutti gli industriali di pomodoro non volevano assolutamente aumentare il prezzo che era bassissimo già a marzo stesso e infatti io non ho messo neanche un ettaro di pomodoro, mentre negli anni d’oro ne mettevamo anche 400 Ha.
    La cosa che dovrebbe far preoccupare le istituzioni, e lo dico io che dirigo una grande azienda di 500 Ha, non sono gli industriali, ma che l’economia agricola è morta da tempo; ogni giorno si parla di crisi grano, uva e pomodoro; quindi se la crisi è su tutto, a causa della concorrenza dei paesi che producono senza esorbitanti spese come noi italiani, a che serve fare tanta polemica? Alla base ci sono problemi di fondo di cui secondo me non ne hanno colpa nè le istituzioni, nè gli industriali: i paesi dell’Est che ci vendono grano, pomodoro e vino a prezzi stracciati. Mettere un freno come stanno facendo le nostre istituzioni alla produzione di energia alternativa che è l’unica via di uscita in questo momento dalla crisi che attravaersa l’agricoltura è un grandissimo errore. Non ha senso che un istituzione che vede morire migliaia di aziende debba vedere una sola via di uscita nella produzione di energia ( fotovoltaico e eolico ) e mettere un freno alle iniziative nuove.
    Pensiamo a far produrre Euro ed ecco come girano nuovamente i soldi nell’economia e poi significherebbe anch potersi vantare nei confronti del resto di italia che la Puglia potrebbe essere la Regione che produce meno inquinamento d’Italia e penso sarebbe un bel vanto, oltre all’economia che comincerebbe a girare.

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