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Foggia, una giungla

22 settembre 2010

Impressionante recrudescenza di bombe, minacce, incendi. L’illegalità diffusa distrugge il vivere civile, eppure la città si lascia scivolare addosso questa spirale di violenza. A farne le spese più di tutti sono però i cittadini onesti.

Le pesanti dichiarazioni rilasciate qualche giorno fa al Quotidiano di Foggia, dal decano degli industriali edili foggiani, Michele Perrone non hanno sortito particolari reazioni, quando sarebbe stato invece lecito attendersi una levata di scudi da parte della classe politica e dirigente locale, che o legge poco, oppure è diventata così adusa al clima di guerriglia che si respira ormai nelle strade e nelle piazze di questa terra, da non farci più caso.

In poche battute, Perrone ha avuto il coraggio di denunciare la realtà drammatica di una tensione sociale che sempre più frequentemente sfocia nell’illegalità, nell’intimidazione: “Oggi, noi costruttori, – aveva detto – dobbiamo fare i conti con una manodopera, non solo affamata di lavoro, ma anche cresciuta nei numeri. L’indice di disoccupazione sta galoppando, produce rabbia, frustrazione, disperazione: purtroppo tutti i nostri operai che lavoravano al nord, Firenze in testa, per la crisi che attraversa il Paese, sono rientrati a casa. Oggi si arriva persino alle minacce, e alle bombe nei cantieri, non per il classico pizzo, ma per un posto di lavoro.”

Bombe che hanno come destinatari non soltanto i cantieri ma anche le abitazioni dei professionisti: è successo a Vieste, dove un ordigno ha seriamente danneggiata la casa estiva di un noto penalista foggiano. La serie non risparmia neanche i semplici cittadini, i pensionati, come quello residente in via Turtur, che ha avuto il garage praticamente distrutto da una bomba, dopo che ignoti gli avevano danneggiato l’automobile. L’uomo era già stato al centro di un’amara vicenda di cronaca qualche mese fa, che non è tuttavia legata agli ultimi episodi: è infatti il nonno del bambino sbranato dal suo cane a Torre Bianca: la circostanza è tuttavia significativa perché testimonia come il crimine non arretri di fronte a nulla, neanche di fronte al dolore ed alla tragedia.

E se non sono bombe sono minacce, come quelle che hanno avuto come bersaglio il consigliere regionale di Sel, Arcangelo Sannicandro, destinatario di una lettera di minacce di chiaro stampo mafioso. Sannicandro è uno dei più strenui sostenitori del processo di internalizzazione del personale delle cosiddette cooperative della Capitanata che ha sottratto alla sfera delle aziende private circa 800 lavoratori del settore, stabilizzandoli. Un processo che evidentemente non piace ad alcuni.

Non si tratta di un episodio di semplice intimidazione: una vicenda analoga aveva già visto oggetto di minacce il manager di Sanitàservice l’organismo che si occupa delle procedure di internalizzazione. Inoltre la lettera giunta al consigliere regionale Sannicandro, contiene inquietanti particolari sulla sua vita privata e sulle abitudini che non sono di dominio pubblico e che perciò lasciano pensare a persone ben addentro alla politica. C’è da dire che in questo caso, diversamente da quanto accaduto a proposito della esternazione di Michele Perrone e nelle altre vicende, la reazione del mondo politico è stata corale, se non altro per spirito di corpo.

Il pressing dei professionisti dell’intimidazione non risparmia neanche lo sport, un settore che finora era rimasto immune dagli attacchi della criminalità, quasi un isola felice. Un incendio, molto probabilmente di origine dolosa, ha distrutto il pullmino dell’U.S. Basket Lucera. Preoccupata e stupita la reazione del presidente del Comitato Provinciale Coni di Foggia, Giuseppe Macchiarola che ha espresso la sua solidarietà al Presidente della società lucerina, Davide Colucci. “Con tutta la prudenza del caso – ha detto Macchiarola – se si è trattato di un incendio doloso, siamo preoccupati di constatare che anche nel mondo dello Sport si ricorra a mezzi di intimidazione che sono propri di ambienti criminali.”

Se viene pesantemente attaccato anche lo sport, che per definizione è regola, cultura della regola e del rispetto dell’altro, siamo veramente arrivati alla frutta.

Mettendo assieme i diversi episodi che hanno punteggiato la cronaca nelle ultime settimane si ottiene un quadro assai fosco: tensione sociale da un lato, criminalità diffusa dall’altro stanno creando una miscela esplosiva. E ci sembra piuttosto sottovalutata, soprattutto dagli organi di informazione, assai bravi nel dar conto delle singole tessere, ma incapaci di scorgere il grande ed inquietante mosaico che emerge da questa impressionante e sottaciuta recrudescenza di violenza.

Del resto, non è cosa nuova. L’arroganza dei poteri criminali non ha esitato a mandare messaggi intimidatori perfino ai magistrati della Procura. Nella passata consiliatura comunale, a Palazzo di Città, praticamente tutta la giunta comunale e buona parte dei consiglieri comunali di maggioranza furono destinatari di missive piene di minacce. Ma peggio ancora è andata all’ex sindaco di Lucera, Vincenzo Morlacco, costretto alle dimissioni da una lunga serie di lettere minatorie ed attentati.

Tanti episodi, tanti alberi di una foresta che quasi certamente non scaturisce da uno stesso, organico disegno, ma che compone egualmente i tratti di un fenomeno pesante. Siamo alla giungla, o quasi. Le ragioni della disperazione, di una tensione sociale galoppante, e i germi di una diffusa illegalità che sta ormai diventando latente criminalità, vengono ormai quotidianamente in conflitto con quelle della convivenza civile, della cultura della legalità.Il linguaggio delle bombe, delle intimidazioni non porta da nessuna parte. Anzi minaccia di far crollare anche quel poco di buono che resta nella nostra comunità civile, mettendo in circolo la pericolosissima idea che si possa trovare o difendere un posto di lavoro affidandosi alla violenza, alle minacce, alle intimidazioni. Perché alla fine chi paga il prezzo più alto di tutti sono i cittadini onesti, che il loro disagio lo esprimono in modi civili e dignitosi, oppure non lo esprimono affatto, pur avendo figli da “sistemare” o avendo essi stesso un lavoro precario, o sottopagato.

Geppe Inserra

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