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La Puglia frena sulle rinnovabili, ma la frittata è già stata fatta

12 ottobre 2010

Classe politica assente nel dibattito regionale sull’energia. Norme più restrittive per la VIA su impianti eolici e fotovoltaici. Preoccupazione nel Salento, ma la Capitanata ha già avuto il paesaggio stravolto dall’assedio energetico

Sullo sfruttamento delle fonti energetiche rinnovabili è in corso in Puglia un interessante dibattito. Anche se forte tardivo. Per amore di verità, va detto che – pure ancora in assenza di una legge quadro che disciplini l’intera materia – proprio ieri in commissione, è stato licenziato un provvedimento che imprime alla concessione delle valutazioni di impatto ambientale in materia di rinnovabili (dunque sia per quanto riguarda l’eolico che per quanto riguarda il fotovoltaico), un giro di vita che abbassa il limite per l’assoggettabilità alla VIA degli impianti che sorgono in aree protette. E’ già qualcosa, anche se bisogna tener presente che quando parliamo di pale eoliche il maggiore impatto è quello paesaggistico e dunque conta ad un certo punto chiudere il rubinetto all’interno delle aree protette, se poi il paesaggio che le circonda è costellato di pale.

La norma approvata dalle commissioni consiliari regionali competenti non tutela soltanto le aree protette, ma si estende anche alle “aree di particolare pregio urbanistico ed agricolo”: è chiara la volontà dell’istituzione regionale di tutelare il paesaggio, ma a questo punto occorre chiedersi se, per caso, la frittata non sia già stata fatta.

La stragrande maggioranza degli impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili sorge infatti in provincia di Foggia: la pale eoliche sono spuntate dappertutto, come funghi, aggredendo prima le creste della colline subappenniniche e adesso spostandosi anche nella pianura del Tavoliere. I comuni realizzano introiti notevoli grazie alle royalties incassate dalle società che gestiscono i parchi eolici, e forse anche per questa ragione i comuni appenninici si stanno segnalando per interessanti iniziative, e comunque la scure dei tagli alla finanza locale ha colpito un po’ meno le realtà che hanno la fortuna di ospitare impianti energetici.

Il prezzo che è stato pagato dal paesaggio è però indubbio, evidente. C’è da dire che la corsa all’eolico ha avuto luogo in tre fasi: la prima caratterizzata dalla quasi totale assenza di norme restrittive; la seconda più controllata, coincidente con la moratoria concessa qualche anno fa dalla Regione. C’è da domandarsi se e quanto le nuove e più restrittive norme licenziate dall’ente di via Capruzzi incideranno in un territorio già largamente compromesso e quali siano le “aree di particolare pregio urbanistico ed agricolo” su cui andranno ad applicarsi ne innovazioni procedurali approvate dalla commissione regionale all’ambiente e alle attività produttive.

Il problema – come abbiamo più volte ribadito – non è demonizzare l’eolico o il fotovoltaico, oppure chiudere tutto il territorio alla installazione dei parchi energetici. La questione  fondamentale è governare il processo, il che in provincia di Foggia è accaduto poco o nulla. E’ esemplare, in proposito, la dichiarazione rilasciata in questi giorni dal presidente del Gruppo Udc-Partito della Nazione alla Regione Puglia, Salvatore Negro, a proposito del progetto del governatore Nichi Vendola  che vorrebbe “solarizzare” tutta la Puglia impiantando pannelli solari su ogni tetto. “Siamo favorevoli in linea di principio, – ha detto Negro – ma occorrono regole chiare e precise che stronchino ogni tentativo di speculazione e tutelino il paesaggio architettonico delle nostre città”.

Giustissimo. Ma il passaggio rivelatore della dichiarazione dell’esponente centrista è il seguente: “occorrono regole per non creare confusione e ed evitare abili speculazioni – ha proseguito il presidente dell’Udc : va bene impiantare pannelli solari sui tetti ma c’è anche il paesaggio architettonico da tutelare. Si pensi al centro storico di Ostuni o di Otranto interamente coperto da pannelli solari. Non si può snaturare l’eredità architettonica lasciataci dai nostri padri.”

Il problema è che l’intera Puglia settentrionale vede oggi compromessa una eredità anche più importante di quella architettonica, ovvero quella paesaggistica. Una città sorge e si modifica attraverso secoli, e ciò che l’uomo vi realizza può comunque essere bene o male rimosso. Il paesaggio invece ha bisogno di millenni per sedimentarsi, per assumere una certa fisionomia, e la manomissione del paesaggio  della Capitanata è, ormai, un amaro dato di fatto.

I provvedimento innovativi sono stati, tra l’altro, licenziati non senza qualche mal di pancia in seno alla maggioranza regionale di centrosinistra. Da tempo il Partito Democratico invoca una legge quadro che disciplini l’intera materia e che soprattutto stabilisce chi deve controllare, chi deve rilasciare autorizzazione, e come. E’ esemplare, in questo senso, la proposta avanzata dal consigliere regionale del Partito Democratico, Giovanni Epifani, in riferimento ad uno degli aspetti più controversi delle nuove norme: chi determinerà quali sono le aree da tutelare. Epifani auspica una legge quadro che deleghi alle amministrazioni comunali l’individuazione delle aree di maggior pregio e non idonee agli insediamenti, e trasferisca alle Province la competenza di autorizzare la realizzazione di impianti sino ad una certa potenza, prevedendo anche norme e procedure per la dismissione e lo smaltimento degli impianti. “Insomma, – afferma Epifani – una proposta di legge di riordino complessivo del settore che contenga certezze per gli imprenditori su tempi e procedure, assicurazioni al territorio per uno sviluppo equilibrato e valorizzi la felice intuizione del governo Vendola di fare della Puglia una regione con una spiccata vocazione per la produzione di energia da fonti rinnovabili.”

Sarebbe il caso che sul problema si avvii finalmente un dibattito anche dalle nostre parti.

Luciano Ventura



 

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